“Me l’ha detto un uccellino, a proposito del fatto che daremo loro il diritto di produrre i Patriot”. È stata necessaria una metafora ornitologica a Donald Trump per comunicare la decisione, fino a quanto estemporanea non si sa, di concedere all’Ucraina la tanto richiesta licenza per produrre i missili intercettori Patriot. L’annuncio è di quelli importanti, e fin troppo attesi dal fronte ucraino: finalmente si sblocca la partita dei Patriot e dei Tomahawk. Si sblocca a metà, visto il “niet” del tycoon all’invio di missili già presenti nei magazzini Usa (“Anche noi ne abbiamo bisogno”, dice Trump con lo sguardo a Hormuz), al quale corrisponde però il via libera per la produzione autonoma.

Lo stesso Trump ha ammesso di non aver informato preventivamente le compagnie produttrici dei sistemi di difesa, Lockheed Martin e Rtx Corporation, in un annuncio dal quale, in definitiva, traspira soltanto l’inesorabile postura ambigua del presidente sul dossier russo-ucraino e l’enorme fatica del team di Kyiv ad ottenere anche una briciola dalla controparte di Washington.

Il sistema Patriot all’Ucraina serve, assai. Composto da un radar identificativo dei missili in arrivo, e da una piattaforma di lancio di missili intercettori PAC 3 che con precisione altissima sono capaci di neutralizzare missili balistici, andrebbe a rafforzare un sistema di difesa sempre più sotto stress. Le scorte ucraine di intercettori sono ormai ridotte all’osso, la Russia lo sa e intensifica gli attacchi con missili balistici che l’Ucraina non riesce più a fermare, uccidendo civili e andando a segno per 23 volte nella sola Kyiv nella giornata dell’8 luglio. Gli intercettori sarebbero vitali fin da subito, ma per ora Zelensky si accontenta di una promessa di licenza futura. I tempi di produzione dei Patriot non sono immediati: per una produzione a regime si stimano almeno due anni di opera, a meno che il “genio militare” di Kyiv non riesca, come spesso accade, a superare ogni aspettativa con la consueta efficienza.

L’esercito di Putin tiene ancora nella guerra “pesante” e convenzionale, quella che impiega costosissimi missili balistici lanciati da complesse e macchinose piattaforme. Nella “guerra 2.0”, fatica e non poco. La catena di approvvigionamento del Paese e in particolare petroliere e raffinerie sono ormai bersaglio facile per le orde di droni low-cost che partono ogni giorno dall’Ucraina. È una guerra sempre più pervasiva all’interno dell’apparato russo, come testimonia il duro comunicato dell’Fsb, servizio federale di sicurezza russo, che parla di aver sventato tentativi “senza precedenti” di sabotaggio contro installazioni militari e contro diversi membri del Ministero della Difesa russo da parte dei servizi speciali ucraini.

Dal punto di vista politico, eccezion fatta per Trump sempre più “ultimo dei Mohicani” nella fiducia accordata a Putin, il vertice di Ankara non ha portato buone nuove a Mosca. La Nato ha ribadito e sancito il suo “incrollabile sostegno” all’Ucraina in 70 miliardi in equipaggiamenti, definendo la Russia “minaccia a lungo termine da contrastare”, in segno completamente opposto rispetto al declassamento dell’allarme verso Mosca del National Security Strategy del 2025. L’Ucraina tiene il punto sul campo, gli alleati europei non sembrano volerla abbandonare, e Trump è costretto ad assecondare questo schema. Con il dossier Hormuz pronto a ri-esplodere, il risultato è magro ma ben evidente: l’Ucraina non verrà spartita tra Putin e Trump. E non si può non gioire.

Filippo Rigonat

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