L'intervista
Pensioni, Elsa Fornero: “La mia riforma era necessaria, promessa già dal governo precedente. La destra giurava di volerla abolire ma l’ha inasprita”
Parla l’ex ministro del lavoro e delle politiche sociali: “Ciò che non ha funzionato è stata la comunicazione. Il patto sociale? Regge se è fondato su presupposti solidi come buona occupazione, buoni redditi da lavoro, trasparenza ed equità”
Pensioni, flessibilità in uscita e sostenibilità dei conti restano tra i dossier più sensibili della politica economica. Dopo anni di interventi correttivi e deroghe, il nodo del modello previdenziale continua a pesare sul confronto pubblico. È da questo quadro, anche al centro del mio recente saggio, Pensioni: il peccato originale (Historica Giubilei Regnani, 2025), che muove la mia intervista a Elsa Fornero sui margini reali di manovra del sistema italiano.
Professoressa, più volte ha sottolineato che la sua riforma non fu ideologica quanto piuttosto una misura necessaria per riportare il sistema su un sentiero di sostenibilità. A distanza di oltre dieci anni, quali elementi della riforma ritiene abbiano funzionato meglio di quanto previsto, e quali invece sono stati indeboliti dalle evoluzioni demografiche e del mercato del lavoro?
La riforma era necessaria, tant’è che era stata “promessa” dal precedente governo come condizione per il soccorso della BCE a evitare la crisi del debito sovrano italiano, preso di mira da operatori finanziari che, vedendovi un rischio di insolvibilità, domandavano uno spread crescente sul tasso di interesse tedesco, tradizionalmente considerato il più sicuro. La riforma alzò l’età di pensionamento, e portò quella femminile a eguagliare quella maschile (cosa peraltro richiesta dall’Europa per il settore pubblico, sulla base del principio di parità di trattamento); stabilì l’immediata applicazione del metodo contributivo per tutte le anzianità a partire dal primo gennaio 2012, accelerando così l’entrata in vigore della riforma Dini del 1995, che aveva innescato una transizione eccessivamente lunga; ridusse drasticamente le pensioni di anzianità limitando l’uscita anticipata alle carriere lavorative lunghe e precoci; intervenne sull’indicizzazione delle pensioni medio-alte, favorite dalla formula retributiva, con la richiesta di un contributo di solidarietà. Tutte queste misure rispondono a criteri non soltanto di sostenibilità finanziaria ma soprattutto di equità tra generazioni e non erano evitabili, almeno nella direzione se non nell’intensità, dati gli andamenti demografici ed economici del Paese. E lo dimostra il fatto che, a distanza di quasi un quindicennio, alla riforma sono state introdotte varie eccezioni temporanee, ma non è stata cancellata, come molte volte veementemente promesso dai più, in particolare dalla Lega. Ciò che non ha funzionato – a parte la dolorosa questione degli “esodati”, per cui io mi sono assunta la responsabilità, ma che a onor del vero è dipesa dal fatto che né il Ministero, né l’INPS conoscevano il numero dei lavoratori che avevano sottoscritto un accordo con il datore di lavoro contando sul fatto che l’età di pensionamento non sarebbe stata alzata – è stata la comunicazione, dove le ragioni della riforma sono state sovrastate dalle ragioni del malcontento, sfruttate politicamente per acquisire consenso elettorale. Le riforme comportano sempre qualche sacrificio nel breve-medio periodo in vista di benefici più lontani. Se questi sono sottaciuti a favore di narrazioni ingannatrici da parte di coloro che hanno interesse a soffiare sul malcontento (in sé giustificato) per acquisire popolarità, è verosimile che la riforma sia osteggiata e che se ne chieda l’abolizione. Tali narrazioni sono però state smentite dal tempo e, paradossalmente, è toccato proprio al Ministro dell’Economia e delle Finanze, Giorgetti – peraltro Ministro della Lega – svelare la “nudità del re” e inasprire la legge del 2011, che avevano “giurato” di voler abolire. Né avrebbe potuto fare altrimenti, senza rimettere l’Italia al centro del rischio finanziario, dato l’elevato debito pubblico e il rapido invecchiamento della popolazione, con la prevista carenza di giovani nei decenni a venire.
In varie interviste ha detto che “la sostenibilità del sistema non si difende con scorciatoie”, alludendo ai tentativi politici di creare vie di uscita anticipate. A suo avviso, quali margini esistono per conciliare forme di flessibilità in uscita con la sostenibilità attuariale senza contraddire i princìpi introdotti con la riforma del 2011?
Detto in modo che può apparire paradossale ma non lo è, si può sostenere che il migliore completamento della riforma previdenziale riguarda il mondo del lavoro. Ci si scorda troppo frequentemente che le buone pensioni dipendono da buoni redditi da lavoro: se questi ultimi sono modesti e discontinui, anche con aliquote contributive piuttosto elevate come le nostre (33 per cento della retribuzione lorda per i lavoratori dipendenti, un po’ meno per le varie categorie di autonomi), difficilmente si ottengono pensioni adeguate a garantire tranquillità finanziaria nell’età anziana. Ciò detto, la flessibilità è implicita nel metodo contributivo, che infatti contempla una fascia di età – l’INPS fornisce oggi i coefficienti di trasformazione tra le età di 57 (di fatto non più accessibile dopo l’abrogazione dell’opzione donna a partire dal 2026) e l’età 71 anni – entro la quale è possibile uscire sapendo che se si lavora più a lungo si ottiene una pensione più elevata, senza quelle penalizzazioni che erano implicite nella formula retributiva. Quest’ultima comportava, infatti, una “tassazione implicita” sul proseguimento del lavoro, nel senso che l’aumento della pensione ottenuto con l’aumento degli anni di contribuzione e dell’età di pensionamento non compensava i maggiori contributi versati e la minore durata del godimento (se ritardo di un anno il pensionamento, verso contributi per un anno in più e percepisco la pensione un anno in meno). Combinata con il pensionamento di anzianità, quella formula incentivava a uscire non appena raggiunti i requisiti minimi (per poi magari continuare a lavorare nel sommerso). Il nostro problema è che, per effetto della lunga transizione politicamente imposta alla riforma Dini, il sistema corrisponderà pensioni interamente contributive soltanto intorno al 2035, mentre ogni pensione mista (parte retributiva e parte contributiva) contiene ancora una componente “regalo”, difficile da giustificare in condizioni finanziarie stressate dall’alto debito pubblico. Non è improprio sostenere quanto il mantenimento della riforma del 2011 sia condizione necessaria, anche se da sola non sufficiente, per la stabilità finanziaria del Paese e per l’uscita dalla procedura di infrazione imposta dalla UE per deficit eccessivo.
La crescente distanza tra aspettativa di vita media e aspettativa di vita in buona salute introduce una tensione rilevante nei sistemi a contributivo puro. Quale potrebbe essere un criterio tecnico per integrare questi due indicatori nella definizione dei futuri coefficienti di trasformazione?
Non credo occorra inserire correttivi nei coefficienti di trasformazione. Occorrerebbe invece favorire forme di “pensionamento graduale”, ossia possibilità di combinare, una volta raggiunti i requisiti minimi, un lavoro a tempo parziale, con parallelo versamento dei contributi sulla ridotta retribuzione, e una pensione anch’essa corrispondentemente ridotta. In Italia questa forma di pensionamento non corrisponde a una fattispecie di uscita stabilita dalla legge e vi sono soltanto applicazioni su base volontaria, in seguito ad accordi tra lavoratori e imprese, che possono prevedere l’utilizzo di strumenti di previdenza integrativa, come la rendita integrativa temporanea anticipata (Rita). In altri paesi (come la Svezia), il pensionamento graduale è normativamente previsto anche se non molto frequente. Taluni ostacoli o lo scarso interesse vengono sia dai lavoratori, sia dalle imprese che sono, in generale, piuttosto restie a utilizzare il part time per i lavoratori anziani, anche se ricerche empiriche dimostrano come non vi sia una caduta di produttività, anzi piuttosto un aumento, nel comporre team di lavoro differenziati per età, in modo da trarre vantaggio dalla maggiore competenza tecnologica e rapidità dei giovani combinata con la maggiore esperienza degli anziani, che tendono a commettere meno errori. Si tratta di un tema che va esplorato meglio, anche per le possibili maggiori opportunità offerte dall’IA.
Molti sistemi europei stanno discutendo forme di “automatic balancing mechanism”. Dal suo punto di vista, quale combinazione di variabili (demografia, salari, occupazione, PIL) fornirebbe la migliore base per un meccanismo italiano di stabilizzazione automatica?
Occorre anzitutto ricordare come la “sostenibilità finanziaria” non corrisponda a un mero criterio contabile di bilanciamento tra entrate e uscite (peraltro quasi mai raggiunto nel sistema pubblico) ma piuttosto a un principio di equità nei confronti delle generazioni giovani e future. Il sistema pensionistico pubblico a ripartizione poggia infatti su un “contratto tra generazioni” di cui lo Stato si fa garante. Esso nasce con un “debito” implicitamente accollato a queste generazioni (le prime coorti a cui sono riconosciuti i benefici non hanno infatti corrisposto contributi o non in maniera sufficiente e beneficiano perciò di un trasferimento a carico delle generazioni future); e il debito aumenta ogni volta che si rendono più generose le prestazioni o si allentano i requisiti per ottenerle. Tale “debito implicito” va pertanto tenuto sotto controllo, come si fa con il debito rappresentato da titoli. In una società che invecchia, la politica ha però un incentivo a favorire le generazioni mature e anziane che, oltre a essere più numerose, mostrano anche una maggiore partecipazione al voto. La sostenibilità in altre parole richiede politiche lungimiranti e coerenti, mentre la politica tende a privilegiare scelte populiste che privilegiano il consenso a breve termine. Per uscire da questo paradosso, è opportuno adottare aggiustamenti automatici capaci di sconfiggere gli squilibri che si manifestano, come un forte aumento del “tasso di dipendenza degli anziani” (solitamente il rapporto tra la popolazione degli over 65 e popolazione in età di lavoro, indicativa tra i 16 e i 64 anni). Ebbene, rispetto all’Europa, l’Italia ha oggi uno dei sistemi pensionistici più dotati di “stabilizzatori automatici”, con la sostenibilità del sistema garantita principalmente attraverso l’aggiustamento dei requisiti e delle prestazioni che avviene senza necessità di interventi politici discrezionali, sempre faticosi e impopolari, e perciò normalmente rinviati, come aumenti dei contributi (già tra i più elevati nel contesto dei Paesi OCSE), restrizioni ai pensionamenti o tagli ai benefici, per esempio riducendone l’indicizzazione ai prezzi. Gli stabilizzatori automatici esistono nella forma dell’adeguamento, ogni due anni, dell’età e dell’anzianità di servizio all’aspettativa di vita; nell’adozione del tasso di crescita del Pil come misura del rendimento riconosciuto sui contributi (invece di un tasso esogenamente stabilito) e nella correzione dei coefficienti di trasformazione al variare dell’età. Occorrerebbe intervenire, a mio avviso, sulle situazioni di maggiore disagio, con contributi figurativi messi a carico della fiscalità generale, piuttosto che sugli oneri sociali.
L’Italia presenta uno dei più alti tassi di dipendenza strutturale in Europa. Quanto è ancora possibile compensare questo squilibrio attraverso sole politiche di innalzamento dell’età pensionabile, e quanto invece diventa necessario intervenire sul lato del finanziamento?
Il compito sarà svolto dall’indicizzazione, senza dimenticare che con la piena entrata in vigore della formula contributiva, l’età di pensionamento sarà flessibile e la pensione rifletterà l’equità attuariale e dunque sia l’insieme dei contributi versati, capitalizzati al tasso di crescita del Pil, sia l’età di pensionamento (dati i contributi, a età più elevate corrispondono importi più elevati). La fascia di flessibilità si muoverà pertanto contestualmente all’aspettativa di vita. Il fronte su cui è necessario intervenire concerne l’aumento della base contributiva: è quindi d’uopo migliorare l’efficienza del mercato del lavoro che deve diventare più inclusivo e contare su un tasso di occupazione molto maggiore, particolarmente per le donne. Il tasso attuale di occupazione al 63% ci pone tra gli ultimi in Europa e il divario riguarda proprio quella femminile, soprattutto nel Mezzogiorno. Il problema abbraccia purtroppo anche quella giovanile con troppi giovani che non studiano e non lavorano (i c.d. NEET), altri che emigrano e altri ancora che vivono con basse retribuzioni una vera precarietà lavorativa.
Considerando la dinamica delle coorti demografiche e l’erosione strutturale del rapporto contribuenti/pensionati, qual è secondo lei il vero punto di rottura oltre il quale nemmeno l’innalzamento dei requisiti anagrafici o adeguamenti contributivi riuscirebbero più a ristabilire l’equilibrio attuariale del sistema?
Non esiste un punto di rottura prestabilito, così come non esiste un rapporto debito/Pil oltre il quale il Paese entrerebbe in una situazione di insolvibilità (default). Il sistema può diventare insostenibile anche quando, indirettamente, e cioè con politiche economiche e del lavoro inadeguate, induce i giovani a lasciare il Paese e a cercare altrove migliori opportunità di lavoro, un rischio che l’Italia corre seriamente e che si aggiunge a quello, determinato dall’evoluzione demografica, della penuria di giovani. Il mio punto, in proposito, è sempre lo stesso: noi abbiamo oggi un sistema finanziariamente sostenibile ma se il già citato “rapporto di dipendenza anziani” aumenta non soltanto per fattori demografici ma anche per fattori economici (emigrazione, disoccupazione, uscita dal lavoro per incompatibilità con carichi famigliari) il sistema sarà sempre a rischio e le pensioni difficilmente potranno essere adeguate al mantenimento del precedente standard di vita e al finanziamento dei crescenti bisogni sanitari e di cura che l’invecchiamento comporta.
Le riforme degli ultimi trent’anni hanno sempre agito sul lato “orizzontale” del sistema: requisiti, finestre, indicizzazioni. Ritiene che la politica sia oggi culturalmente e tecnicamente pronta ad affrontare una riforma che incida sul paradigma di finanziamento del sistema, come quella auspicata da Modigliani? Se no, qual è l’ostacolo più insormontabile?
Modigliani era per una riforma rigorosa e giudicava le pensioni di anzianità un “furto a danno dei lavoratori”. Io ritengo che la sua “Ipotesi del ciclo di vita” (lavoro che gli valse nel 1985 il premio Nobel per l’Economia) sia la base fondamentale per comprendere le pensioni e il sistema pensionistico, incluse le differenze tra la capitalizzazione finanziaria propria dei sistemi privati e la ripartizione dei sistemi pubblici (quest’ultima potrebbe anche definirsi capitalizzazione in “risorse umane”). Le pensioni nascono dal risparmio durante la vita attiva; che sia obbligatorio non fa differenza: in pressoché tutti i Paesi almeno una parte del sistema è pubblico e finanziato con contributi a carico di lavoratori e imprese. Alimentare la convinzione che i governi possano attuare politiche generose senza che qualcuno si prenda carico dell’onere è mistificatorio e conduce all’insostenibilità.
In molti Paesi la previdenza complementare svolge un ruolo essenziale nel sostenere il reddito pensionistico. Quali condizioni mancano ancora in Italia affinché il secondo pilastro diventi realmente pervasivo e non residuale?
Il ripristino della sostenibilità finanziaria del sistema pubblico ha inevitabilmente comportato misure restrittive sull’età di pensionamento, sull’entità dei benefici (a parità di contributi) e sulla loro variazione nel tempo (l’adeguamento degli importi alle variazioni dei prezzi è stato ridotto per le pensioni medio-alte). Da qui, l’importanza dell’istituzione di forme di previdenza integrativa (fondi pensioni occupazionali, aperti, piani individuali). Anche qui, tuttavia, non è il caso di alimentare illusioni: ricorrere alla previdenza integrativa è cosa buona (anche per differenziare il rischio) ma richiede capacità di risparmio e dunque rinuncia ai consumi correnti. E il problema torna daccapo: se i redditi da lavoro sono bassi e magari discontinui è difficile che il lavoratore possa farvi ricorso, nonostante gli incentivi fiscali (che ci sono) e nonostante il contributo del datore di lavoro, che viene perso nel caso in cui il lavoratore non aderisca e non versi la sua quota. Né mi pare opportuno ricorrere, come qualcuno propone, all’obbligatorietà della partecipazione, dato il livello già alto della contribuzione obbligatoria al sistema pubblico. Sono convinta che l’adesione debba essere lasciata alla volontà/possibilità dei singoli, anche attraverso formule di silenzio-assenso, come già sperimentato e riproposto bella legge di bilancio per il 2026, per i flussi di Trattamento di Fine Rapporto (TFR). Formule più innovative, come il graduale (e molto parziale) opting out dal sistema pubblico non sono proponibili, giacché aumenterebbero la spesa in un periodo in cui essa già sale per effetto dell’invecchiamento. Torniamo perciò, anche nella prospettiva di irrobustire il pilastro a capitalizzazione, al punto di partenza: senza un aumento dei salari e del numero dei lavoratori (regolari), la componente a capitalizzazione finanziaria del sistema pensionistico farà fatica ad affermarsi.
Quale pensa debba essere oggi l’orizzonte realistico per un Paese come l’Italia: un sistema previdenziale che continui a rincorrere gli equilibri anno per anno, ovvero un patto sociale capace di integrare stabilità finanziaria, qualità del lavoro e responsabilità tra generazioni?
Il patto sociale regge se è fondato su presupposti solidi: buona occupazione, buoni redditi da lavoro, trasparenza ed equità (non privilegi) nelle regole e consapevolezza da parte dei cittadini, in modo da limitare i danni delle illusioni propagandate dalle sirene populistiche. A tal fine, insieme ai fondamentali dell’economia (crescita dell’occupazione e della produttività), un buon programma di educazione al risparmio previdenziale darebbe di certo un importante contributo. Cittadini più consapevoli sono, in generale, meno avversi alle riforme e meno propensi a penalizzare i governi e le forze politiche che le propongono o le introducono. La democrazia ha bisogno di educazione finanziaria di base ed elementi fondamentali di conoscenza previdenziale ne sono parte imprescindibile.
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