Dalle mosse dei due istituti bancari agli equilibri attorno a Mediobanca e Generali
L’assalto a Mps di Intesa e Bpm, il risiko è una questione di sovranità finanziaria e competitività europea: il governo vigila ma strizza l’occhio
Altro che arrocco. Il risiko bancario italiano non è più una sequenza di mosse difensive, ma una partita aperta sul controllo del risparmio, delle reti distributive e dei campioni nazionali. La centralità di Mps, uscita dalla stagione del salvataggio pubblico e tornata protagonista sul mercato, ha acceso una competizione che va ben oltre Siena: riguarda Mediobanca, Generali, l’equilibrio tra Milano e Roma, il peso dell’Italia nella finanza europea e la postura che i decisori pubblici – in primis il governo – decideranno di esercitare in questa fase concitata.
La prima mossa è arrivata appena 5 giorni fa da Banco Bpm, con la proposta di aggregazione alla pari con Mps. L’idea di Giuseppe Castagna è chiara: costruire un secondo polo bancario italiano, grande abbastanza da contendere spazio a Intesa e UniCredit e sufficientemente nazionale da rassicurare il governo. Le nozze Bpm-Mps unirebbero Nord produttivo e Centro, reti retail e fabbrica del risparmio. Non sarebbe solo una fusione industriale, ma anche una risposta alla pressione competitiva che da mesi circonda Banco Bpm, con ambizioni da predatrice e ottime qualità di preda. La contromossa di Intesa Sanpaolo ha però cambiato scala alla partita. L’Opas su Mps, con componente in azioni e parte cash, punta a chiudere il dossier con la forza del primo gruppo italiano. Il progetto prevede anche la cessione di un pacchetto rilevante di sportelli e attività a Unipol, destinati a rafforzare Bper e ad attenuare i profili antitrust. Per Carlo Messina, Mps non è soltanto una banca da integrare: è la porta d’accesso a Mediobanca e indirettamente a Generali. Sul tavolo non ci sono solo multipli di Borsa e sinergie.
La domanda di fondo è: chi deve guidare la prossima fase del consolidamento? Banco Bpm offre la narrazione del “terzo polo”, con una banca più equilibrata nei rapporti territoriali. Intesa propone invece la via del campione già maturo, capace di assorbire complessità, difendere redditività e competere in Europa. In mezzo, Mps è passata dall’essere problema pubblico a premio strategico, grazie a una gestione superlativa.
Il governo intanto si muove con prudenza, mentre il Ministro dell’Economia Giorgetti annuncia l’intenzione pubblica di vendere al migliore offerente la residua quota del 3% di Mps. Sottolineando implicitamente la valorizzazione di una banca come quella senese, risollevata e valorizzata in modo sorprendente, dopo anni che definire difficili è assai poco. Palazzo Chigi e via XX Settembre non sembrano intenzionati a scegliere pubblicamente un cavallo. Finché il mercato esprime offerte credibili e coerenti con la stabilità del sistema, è plausibile pronosticare il basso profilo pubblico sul risiko.
Resta sullo sfondo il golden power, ma l’atteggiamento prevalente è quello di una vigilanza politica non interventista: nessun veto preventivo, tutela dell’interesse nazionale, rispetto delle autorità di mercato e dei regolatori europei. Le Istituzioni, dalla Bce alla Consob fino all’Antitrust, avranno un ruolo decisivo. La prima valuterà capitale, governance e sostenibilità prudenziale; la seconda dovrà garantire trasparenza informativa e correttezza delle offerte; l’Antitrust sarà chiamata a misurare gli effetti su reti, clienti e concorrenza. È qui che la politica incontra il mercato: non nel dirigismo, ma nella cornice regolatoria entro cui si stabilisce se un’operazione crea efficienza o concentra troppo potere.
Sul fronte europeo, intanto, UniCredit continua la scalata a Commerzbank. Andrea Orcel ha scelto la strada più ambiziosa: non limitarsi al consolidamento domestico, ma provare a costruire una piattaforma continentale. La resistenza tedesca, tra governo, sindacati e management, sta dimostrando quanto sia ancora incompleta e fallace l’Unione bancaria, ma sembra cedere rapidamente. Quando un gruppo italiano prova a diventare protagonista in Germania, il mercato unico si scontra con i riflessi nazionali. Ma la partita dei nostri istituti di credito è da tempo europea: o le banche italiane crescono oltre confine, o resteranno marginali in un sistema globale dominato da colossi americani e asiatici. Per questo il risiko non va letto come una semplice guerra di potere. È piuttosto una fase di maturazione. Creare player bancari competitivi a livello europeo e internazionale fa parte del fisiologico cammino di consolidamento del sistema bancario italiano. E un governo che voglia rafforzare sovranità economica, stabilità finanziaria e capacità di investimento del Paese non può che guardare di buon occhio agli sviluppi, purché il mercato faccia il suo mestiere e le istituzioni garantiscano regole, trasparenza e concorrenza.
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