Quella tra Iran e Stati Uniti si è trasformata in una guerra di logoramento. E nel cessate il fuoco deciso da Donald Trump, il campo di battaglia si è spostato sul controllo di Hormuz, con il petrolio a essere il vero fattore decisivo. Ieri, a lanciare il segnale più importante dell’enorme partita energetica in corso, sono stati gli Emirati Arabi Uniti. Dopo quasi 60 anni, la monarchia araba ha infatti annunciato che dal prossimo maggio non sarà più parte dell’Opec e dell’Opec+, i due gruppi che riuniscono buona parte dei Paesi esportatori di petrolio. “La decisione” ha spiegato Mohamed Al Mazrouei, ministro dell’Energia emiratino, “riflette un’evoluzione guidata dalle politiche, in linea con i fondamentali di mercato nel lungo termine”. “Ringraziamo l’Opec e i suoi Paesi membri per decenni di cooperazione costruttiva. Rimaniamo impegnati nella sicurezza energetica, fornendo un approvvigionamento affidabile, responsabile e a basse emissioni di carbonio, mentre sosteniamo mercati globali stabili” ha proseguito il ministro.

Ma il segnale lanciato da Abu Dhabi è molto più profondo. Abbandonare l’Opec, infatti, ha come primo obiettivo quello di aumentare la produzione di petrolio, superando quindi i limiti che sono imposti dal cartello. Per gli Eau è importante difendere “gli interessi nazionali”. Ma insieme all’aumento della produzione di greggio, il segnale lanciato dagli Emirati è soprattutto politico. La rottura con l’Opec, infatti, rompe gli equilibri del mercato petrolifero mondiale che scaturisce anche dalla crisi in corso a Hormuz. Una crisi che ha spaccato un cartello che rappresenta, da decenni, un punto fermo della politica mediorientale.

Gli Emirati rappresentavano il terzo produttore all’interno del gruppo, subito dopo Arabia Saudita (prima vittima politica di questa mossa) e Iraq. E non è un caso che questa decisione sia giunta nel giorno in cui a Gedda si è tenuto un vertice straordinario tra i Paesi del Golfo. Gli Emirati, nella guerra tra Iran, Israele e Stati Uniti, hanno mostrato insofferenza nei confronti dei loro partner regionali. Assieme allo Stato ebraico, che ha fornito loro una batteria di Iron Dome, gli Emirati sono stati il principale obiettivo dei missili e dei droni di Teheran. E l’Opec, il Consiglio di Cooperazione del Golfo e la Lega Araba vengono visti da Abu Dhabi come soggetti non più in grado di servire anche i propri interessi.

La scelta può essere poi letta anche come una vittoria di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha sempre attaccato l’Opec accusandola di alzare artificialmente i prezzi del petrolio. The Donald ne ha anche fatto una questione strategica, puntando il dito su Paesi ritenuti colpevoli di minare l’economia americana chiedendo però sicurezza da parte di Washington. La mossa degli Emirati può così essere un messaggio di maggiore collaborazione con gli Usa. Ed è uno degli effetti di questa guerra nel Golfo Persico, che interessa il petrolio mondiale e nello specifico anche quello iraniano. Secondo il Wall Street Journal, Teheran inizia ad avere problemi di stoccaggio del greggio che non riesce a trasportare. L’ordine è quello di immagazzinarlo ovunque, anche nelle navi. Quello destinato alla Cina viene sempre più caricato sui treni, ma con le difficoltà logistiche connesse al fatto che i maggiori clienti degli iraniani sono le raffinerie sull’oceano. Trump, nei giorni scorsi, aveva accennato a questo scenario dicendo che si sarebbero potute verificare delle “esplosioni”. E anche se lo scenario non sembra così prossimo, gli analisti già osservano come la Repubblica islamica sia costretta a ridurre la produzione finché non avrà Hormuz libero.

Il blocco Usa, però, non è destinato a interrompersi nel brevissimo termine. The Donald ha fatto sapere di non volere discutere della proposta iraniana di parlare prima di Hormuz e poi, in una seconda fase, del nucleare. Secondo la Cnn, i mediatori pakistani si aspettano in questi giorni una nuova proposta di Teheran. “L’Iran ci ha appena comunicato di trovarsi in uno ‘stato di collasso’. Ci chiedono di ‘aprire lo Stretto di Hormuz’ il prima possibile, mentre cercano di chiarire la situazione sulla leadership (cosa che, a mio avviso, riusciranno a fare)” ha scritto su Truth il presidente degli Stati Uniti. Ma la crisi per ora ha mietuto una prima vittima al di là del fronte iraniano: l’Opec.