Le trattative di pace
Vertice per la pace in Pakistan, nessuna resa su Hormuz e uranio, tensione altissima a Islamabad
Un conto alla rovescia fatto di avvertimenti, di minacce, di ansia e di speranze. La giornata di ieri è stata caratterizzata da una tensione senza precedenti. Da un lato, la scadenza della tregua fissata da Donald Trump all’una e 50 di mercoledì (ora italiana). Dall’altro, la volontà di mantenere in vita il canale di dialogo ed evitare che il negoziato tra Iran e Stati Uniti crollasse all’ultimo. Nel mezzo, due delegazioni che fino all’ultimo hanno evitato di dare certezze.
Islamabad, capitale del Pakistan mediatore, ha fatto il possibile per preparare l’evento. Strade blindate, uffici in smartworking, un piano nei minimi dettagli. Ma per molte (interminabili) ore è rimasto da sciogliere il vero nodo: l’effettiva presenza delle due delegazioni. Il vicepresidente statunitense JD Vance, a capo della squadra negoziale americana, è stato protagonista di un continuo rimpallo di notizie legate alla sua partenza per il Pakistan. Ieri pomeriggio, da Washington, sono state anche fatte filtrare le indiscrezioni su alcuni impegni programmati alla Casa Bianca dopo che Axios, portale sempre informato, aveva parlato di una partenza imminente. Poi, dal New York Times, l’annuncio della sospensione del viaggio, in assenza di una risposta da parte di Teheran sulle posizioni negoziali americane. Sul fronte opposto, invece, non sono mancate notizie contraddittorie. Sempre Axios aveva riferito che la Guida suprema, Mojtaba Khamenei, aveva autorizzato la partenza della delegazione. Quindi era arrivato il benestare della massima autorità sul negoziato, più che sulla sola partenza dei delegati. Ma lo stesso uomo forte di Teheran ieri ha voluto provocare sia Trump che l’intero movimento Maga con un sondaggio sul social X. “Venderanno la guerra (come una scusa, n.d.r.) per rendere di nuovo grande cosa?” ha chiesto Ghalibaf. E lo speaker ha messo come risposte: inflazione, insostenibilità economica, oligarchi e “Epsteinocrazia”. Quest’ultima opzione, che gioca sulla teoria del complotto paventata da parte iraniana, è stata la più votata dai “follower” del presidente del parlamento iraniano.
Di certo, i ritardi nella partenza hanno dato la conferma della tensione e delle grosse difficoltà di questi negoziati. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ieri pomeriggio aveva addirittura detto alla Bbc che non vi erano certezze sulla partenza dei delegati. “Ci siamo presentati a questo negoziato in buona fede e con serietà, ma la controparte ha dimostrato di non essere seria e di non avere buona fede. Cambiano posizione di continuo, con continui voltafaccia e minacce di crimini di guerra”, ha detto Baghaei. E fino all’ultimo, a Teheran, si sono susseguiti incontri e colloqui tra i vari vertici dei ministeri e i più alti funzionari della Repubblica islamica per capire come comportarsi di fronte alla scadenza della tregua. A Washington, Trump ha di nuovo chiesto agli iraniani di compiere dei passi in avanti e si è rivolto ai delegati “che saranno presto nei negoziati con i miei rappresentanti. “Apprezzerei molto il rilascio di queste donne, sono sicuro che rispetteranno il fatto che l’abbiate fatto” ha scritto Trump su Truth facendo riferimento a otto condannate a morte. “Per favore, non fate loro del male! Sarebbe un ottimo inizio per i nostri negoziati!!! Grazie per la vostra attenzione su questa questione” ha concluso il presidente Usa. Ma oltre a questo nodo, restano quelli che riguardano i punti del negoziato. Il controllo dello Stretto di Hormuz, con il doppio blocco (americano e iraniano), resta un elemento centrale.
A questo si aggiunge il tema del nucleare, su cui né Trump né il premier israeliano Benjamin Netanyahu sembrano volere scendere a compromessi. E la stessa Teheran ha escluso il trasferimento dell’uranio arricchito in altre sedi. Infine, c’è il tema del sistema di alleanze dell’Iran in tutto il Medio Oriente. “Non c’è dubbio che ci saranno ulteriori ondate di combattimenti, poiché si tratta semplicemente di una tregua all’interno di un conflitto continuo con il nemico” ha affermato ieri Abdul Malik al-Houthi, leader dell’omonimo gruppo yemenita. Sul destino del Libano continua a esservi un grosso punto interrogativo. E Trump ieri ha minacciato che l’esercito sarebbe stato pronto a riprendere gli attacchi in caso di fallimento dei negoziati: “Siamo carichi”.
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