Miele incassava 300mila euro da Fs”, ha titolato il Corriere della Sera, ricordando anche i 27mila euro erogatigli annualmente dal Consiglio superiore della magistratura in qualità di revisore dei conti, alimentando così l’indignazione da parte dei lettori, come se il fenomeno fosse stato scoperto ieri mattina. La verità è molto diversa e non riguarda solo Miele, finito nell’occhio del ciclone per l’indagine della Procura di Roma sul Ponte sullo Stretto. Il sistema degli incarichi esterni ai magistrati contabili e, soprattutto, amministrativi è uno dei temi più controversi e irrisolti della vita istituzionale italiana da almeno vent’anni. Se ne discute ciclicamente, si annunciano riforme, si promettono strette sui fuori ruolo e sui cumuli di incarichi, ma alla fine tutto rimane sostanzialmente immutato.

La domanda è sempre la stessa: un magistrato può mettere le proprie competenze al servizio dello Stato anche al di fuori dell’attività giurisdizionale? E quando gli incarichi diventano tanti, quando si trascorrono anni fuori dagli uffici giudiziari, quando le esperienze presso ministeri, governi, autorità indipendenti e organismi pubblici finiscono per occupare una parte consistente della carriera, quale è il confine tra l’esercizio della giurisdizione e la costruzione di un percorso parallelo di potere amministrativo? Il caso che sta infiammando Palazzo Spada in queste settimane dimostra quanto il tema sia tutt’altro che teorico.

La clamorosa bocciatura di Luigi Carbone nella corsa alla carica di presidente aggiunto del Consiglio di Stato ha fatto esplodere tensioni che covavano da tempo. Carbone era considerato il naturale destinatario dell’incarico in virtù del criterio dell’anzianità, tradizionalmente seguito nelle nomine ai vertici della giustizia amministrativa. Un criterio che nel tempo è stato presentato come garanzia contro arbitri, interferenze politiche e giochi di corrente. Il plenum del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa lo scorso aprile ha però deciso diversamente. Dopo una discussione nella quale numerosi componenti si erano espressi favorevolmente, il voto segreto ha affossato la candidatura, provocando un terremoto istituzionale culminato nel ricorso presentato dallo stesso Carbone davanti al Tar del Lazio, la cui decisione, attesa per fine mese, ha di fatto congelato la procedura di nomina.

Nel dibattito interno è stato ricordato come quattro dei principali candidati avessero svolto per gran parte della loro carriera attività prevalentemente giurisdizionale. Diversa, invece, la traiettoria professionale di Carbone, caratterizzata da numerosi incarichi istituzionali di primo piano e da lunghi periodi trascorsi fuori ruolo presso apparati governativi e amministrativi. Non è un caso che, secondo quanto emerso nelle discussioni che hanno accompagnato la procedura di nomina, gli altri candidati più accreditati, Rosanna De Nictolis ed Ermanno De Francisco, abbiano sollevato osservazioni critiche su alcuni aspetti del curriculum del collega. Le perplessità avrebbero riguardato, da un lato, il tema delle pubblicazioni scientifiche indicate nel curriculum e, dall’altro, proprio la questione della permanenza in ruolo rispetto ai lunghi periodi trascorsi fuori ruolo.

Per anni si è evitato di affrontare apertamente questo nodo, preferendo considerare gli incarichi esterni come un valore aggiunto quasi automatico, raramente interrogandosi sui possibili effetti che un uso estensivo del fuori ruolo può produrre sulla vita delle istituzioni giudiziarie. L’indignazione selettiva di queste ore sugli incarichi di Miele rischia dunque di apparire poco credibile. Chi conosce la materia sa bene che il problema non nasce oggi e non riguarda un singolo magistrato. È ancora sostenibile un sistema nel quale alcuni magistrati costruiscono una parte rilevante della propria carriera lontano dall’esercizio della giurisdizione per poi tornare a contendersi le posizioni apicali delle istituzioni chiamate a garantire indipendenza e imparzialità? La vittoria del No al referendum sulla giustizia ha però reso difficile anche solo dare una risposta. Ma non solo: qualsiasi tentativo di regolamentare la materia sarebbe oggi considerato come una “rappresaglia” da parte dell’esecutivo. Non certo un bello scenario.

Avatar photo

Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere