L’annuncio di Donald Trump riguardo l’accordo sulla Striscia di Gaza lascia aperti diversi punti interrogativi. Per il presidente degli Stati Uniti, l’intesa prevede che “una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza internazionale di stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza a beneficio dei suoi residenti e dei Paesi vicini”. La milizia islamista ha confermato poche ore dopo che era stato raggiunto un compromesso sulla seconda fase della tregua con Israele, e che a gestire l’inventario e lo stoccaggio delle armi, in base a un calendario concordato dalle parti, sarebbe stato il Comitato nazionale per l’Amministrazione di Gaza, cioè un comitato tecnico palestinese.

Dal canto suo, il Board of Peace ha accolto l’annuncio di The Donald e ieri pomeriggio ha anche stilato una vera e propria “road-map” con scadenze temporali e meccanismi che dovranno essere applicati per fare in modo che si concretizzi quanto delineato dalla Casa Bianca. Un piano che riprende, in buona sostanza, quanto deciso l’anno scorso Sharm el-Sheikh dopo la tregua e la liberazione degli ultimi ostaggi israeliani. Si parla di funzioni civili e di sicurezza che dovranno essere appunto gestite da questo Comitato indipendente. Si parla della forza di stabilizzazione con ruoli di addestramento e controllo delle frontiere e con un altro organismo che certificherà le modalità e il rispetto di questo accordo. Vi sono anche passaggi che riguardano la ricostruzione di Gaza e addirittura favorire un percorso verso l’autodeterminazione e la costituzione di uno Stato palestinese.

Dall’Egitto hanno anche rivelato che la firma ufficiale dell’inizio della seconda fase del cessate il fuoco dovrebbe avvenire “a metà della prossima settimana” al Cairo. Il problema però è che il tycoon rischia di applicare lo stesso meccanismo di sempre: accentrare su di sé l’attenzione (questa volta spostando il focus dall’Iran alla Striscia) ma senza fare i conti con una realtà molto distante da quella immaginata. Il governo israeliano, infatti, ha evitato annunci o commenti in attesa di capire quali possono essere le mosse tanto del presidente americano quanto della milizia che ancora controlla parte di Gaza. Ma funzionari dello Stato ebraico hanno avvertito che non ci sarà alcun ritiro dell’esercito finché non vi sarà un effettivo e completo disarmo da parte di Hamas. Mentre la milizia, dopo avere confermato l’accordo, ha tenuto a fare marcia indietro dicendo che prima del disarmo deve avvenire il ritiro delle Israel defense forces dal territorio palestinese.

Le posizioni, dunque, appaiono inconciliabili. E il rischio, quindi, è che ci si possa trovare di fronte a un nuovo pantano diplomatico in cui Trump prova a tirare fuori il “coniglio dal cilindro” prima del bagno di realtà. La questione, del resto, si è già palesata in almeno altri due dossier bollenti che The Donald ha provato a gestire nella sua agenda diplomatica. Uno è senza dubbio l’Iran, dove il presidente degli Stati Uniti ha prima avviato e poi interrotto una guerra che sia gli strateghi che gli alleati non riescono a decifrare. In questo momento, nessuno sa esattamente quale sia la strategia della Casa Bianca, e in molti temono che Trump possa cambiare repentinamente idea sul conflitto e sul negoziato in base alla reazione di Teheran più che a una linea strategica.

Lo stesso accade sul fronte ucraino, dove The Donald era convinto di ottenere un accordo in breve tempo (addirittura prima di insediarsi alla Casa Bianca) per poi ricredersi di fronte a un campo di battaglia cruento, dove i civili continuano a morire e in cui prima aveva riposto fiducia in Vladimir Putin per poi riavvicinarsi all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky. E la paura di molti osservatori e, di conseguenza, anche di molti leader, è che a Washington si cambi velocemente tavolo da gioco spostando l’attenzione mediatica a seconda dei successi ottenuti o ottenibili dal presidente.