Nella notte tra giovedì e venerdì, migliaia di persone hanno attraversato il confine tra Marocco e Spagna a Ceuta, portando il bilancio delle ultime due settimane a diverse migliaia di ingressi. Il bilancio delle vittime cresce di ora in ora: si è passati da nove a undici a diciotto morti nel tentativo di raggiungere l’enclave a nuoto. Nella notte i migranti hanno dato fuoco a un autobus e a sette veicoli durante scontri con le forze dell’ordine; centinaia si sono rifugiati sulle colline lanciando pietre contro la polizia. La Spagna ha mobilitato l’esercito a supporto della Guardia Civil, mentre anche a Melilla, l’altra enclave spagnola, si sono registrati nella tarda serata scontri e tentativi di ingresso di massa al valico di Beni Ansar. Il presidente di Ceuta, Juan Vivas, parla di “emergenza umanitaria e sociale assoluta”; i residenti, scesi in presidio, si dicono “abbandonati, senza protezione”.

La causa dichiarata dal governo spagnolo è duplice. Da un lato Madrid attribuisce l’ondata alle reti di trafficanti di esseri umani, ribadendo che la cooperazione con Rabat resta “esemplare”. Dall’altro, una spiegazione più tecnica e forse più solida: una recente sentenza della Corte Suprema spagnola ha vietato i respingimenti immediati di chi arriva a nuoto a Ceuta e Melilla, consentendoli solo per chi viene intercettato mentre scavalca le barriere fisiche. Da quella sentenza gli arrivi sono saliti a un centinaio al giorno, prima dell’impennata di queste ore. Una porta socchiusa dal diritto, insomma, più che dalla sola regia marocchina.

Ma la causa probabile, quella che nessuno dice apertamente, ha un nome già scritto nella storia recente: il precedente del maggio 2021, quando Rabat allentò deliberatamente i controlli di frontiera facendo passare ottomila persone in ritorsione per l’accoglienza spagnola di un leader del Fronte Polisario. Un attraversamento di massa in pieno giorno, senza che gli agenti marocchini intervenissero, non è tecnicamente possibile senza una tolleranza quantomeno passiva dello Stato che controlla quel lato del confine. Il sospetto, questa volta, è che la leva non sia il Sahara Occidentale ma la rivalità con l’Algeria, dopo la recente visita di Sánchez ad Algeri: un’ipotesi che il Ministero degli Esteri spagnolo respinge esplicitamente, assicurando che i rapporti con Rabat “non sono in alcun modo influenzati” da quella visita. Affermazione che, alla luce del 2021, va presa con beneficio d’inventario.

Sullo sfondo, un cortocircuito tutto interno alla politica migratoria spagnola: il governo Sánchez ha appena lanciato un piano di regolarizzazione per 500mila migranti senza documenti, che ha attirato il doppio delle domande attese, offrendo involontariamente ulteriore materiale a chi in Marocco valuta se tentare la traversata. La Casa Bianca non si è fatta attendere: le immagini da Ceuta, secondo fonti vicine a Trump, “confermano la bontà” della linea dura sull’immigrazione dell’Amministrazione americana.

L’Italia, dal canto suo, non sta a guardare e ha sospeso lo spazio Schengen con la Spagna. Madrid ha reagito con irritazione alle parole di Tajani. Resta da vedere se la crisi si sgonfierà come nel 2021, con un accordo diplomatico e rimpatri parziali, o se la sentenza della Corte Suprema abbia aperto una falla strutturale destinata a riproporsi ogni estate.