Il caso Roggero continua a dividere l’Italia in tifoserie. Ma il diritto non è uno stadio, e conviene ragionare da giuristi. Quando l’America si spaccò sul caso Goetz — il passeggero che nel 1984 sparò ai suoi rapinatori nella metropolitana di New York, diventando per molti un eroe popolare — George P. Fletcher ricordò una verità elementare: il diritto ragiona con la ragione, non con la passione, né con la simpatia. Vale anche qui. Lo abbiamo già scritto su queste colonne e lo ribadiamo: la legittima difesa vive di un istante, quello in cui il pericolo è attuale. Passato quell’istante, la difesa non è più difesa: è reazione, e la reazione esercitata dopo porta un altro nome — vendetta — che nessun ordinamento civile può consentire.

La sicurezza si governa

La passione, però, non va derisa: va compresa. C’è una parte del Paese che chiede sicurezza, e questo è il punto. Quella domanda non si esorcizza con l’ironia: si governa con le scelte. Presidio visibile del territorio, se necessario anche con l’esercito, come a Palermo contro le estorsioni o nelle grandi città. Scriveva Beccaria che uno dei più gran freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma la loro infallibilità: lo Stato che c’è sempre rassicura più dello Stato che punisce forte. E poi il passo decisivo, che la ragione suggerisce da tempo: congedarsi dal carcerocentrismo.

Roggero, la pena giusta ai domiciliari

La pena detentiva può scontarsi, in taluni casi, ai domiciliari: per chi non è pericoloso se non in circostanze irripetibili. Non è indulgenza: è l’articolo 27 della Costituzione, che vuole la pena tesa alla rieducazione, e alleggerirebbe celle che oggi scoppiano. Un gioielliere aggredito nel suo negozio non è un professionista del crimine: è un uomo che ha varcato, una volta, un confine che non doveva varcare. Roggero, francamente, ai domiciliari lo vedrei più che in cella. Ma la regola deve valere per tutti, anche per l’imputato antipatico, quello che non gode del favore del pubblico: altrimenti non è diritto, è simpatia. E la simpatia, in un’aula di giustizia, è la più ingannevole delle passioni. Quanto alla clemenza, infine, un consiglio non richiesto: si invoca con compostezza e con un minimo di contrizione. Chi finora non ha mostrato né l’una né l’altra, cominci da lì.

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