Da giorni sappiamo quasi tutto. Sappiamo chi frequentasse il ristorante, quale tavolo fosse abitualmente occupato da Sigfrido Ranucci, quali giornalisti vi si fermassero, quali imprenditori, quali monsignori. Il locale di Valter Lavitola è diventato il centro di una narrazione che, giorno dopo giorno, si arricchisce di nuovi particolari.
Proprio mentre il quadro si fa sempre più dettagliato, grazie anche al fatto che Lavitola, nonostante l’accusa di strage è rimasto a piede libero e rilascia interviste in continuazione, resta un vuoto tanto evidente quanto curioso. I rumors parlano infatti anche della presenza di magistrati, una frequentazione che, secondo diverse voci, sarebbe stata abituale. Eppure su questo punto cala improvvisamente il sipario.

È una singolare applicazione del principio di riservatezza. Per giornalisti, prelati e imprenditori il diritto di cronaca sembra aver prevalso senza esitazioni. Se invece si affaccia anche solo l’ipotesi che tra quei commensali potessero esserci magistrati, il racconto si interrompe. Come se esistesse una zona franca nella quale ciò che vale per tutti gli altri improvvisamente non valesse più. Frequentare un ristorante, anche se gestito da un pregiudicato, non costituisce di per sé alcun illecito. Né ci sarebbe alcunché di scandaloso se un magistrato vi avesse cenato. Proprio per questo sarebbe quindi opportuno fare chiarezza, perché il silenzio alimenta inevitabilmente le illazioni mentre la trasparenza le spegne.

La questione, del resto, riguarda un tema più ampio: il rapporto tra una parte della magistratura e una parte del giornalismo.
Basta ricordare il legame tra Ranucci e Nicola Gratteri. I due hanno condiviso, anche di recente, numerosi incontri pubblici, dibattiti e presentazioni. In una circostanza fu addirittura il procuratore di Napoli a recarsi nella redazione di Report, suggellando un rapporto di reciproca stima, con tanto di foto ricordo per i followers, mai nascosto.
Ancora più significativa fu la scena andata in onda all’assemblea dell’Associazione nazionale magistrati dello scorso anno, ospitata dalla Corte di cassazione in occasione dell’inizio della campagna referendaria per il No. All’ingresso di Ranucci, la platea dei magistrati si alzò in piedi tributandogli una lunga standing ovation. Un applauso a scena aperta che fece il giro dei social e che fotografava una sintonia difficilmente contestabile.

Non c’è nulla di illecito neppure in questo. Giornalisti e magistrati possono stimarsi, confrontarsi e partecipare agli stessi eventi. Ma proprio perché questi rapporti sono pubblici e conosciuti, sorprende ancora di più il riserbo che oggi circonda l’eventuale presenza di magistrati tra gli avventori del ristorante di Lavitola.
La trasparenza non può essere un principio a geometria variabile. Se è legittimo raccontare chi sedeva a quei tavoli quando si tratta di giornalisti, imprenditori o uomini di Chiesa, dovrebbe esserlo anche qualora vi fossero magistrati. Se invece quei rumors sono infondati, basterebbe dirlo con altrettanta chiarezza.

Il punto non è sapere chi abbia ordinato gli spaghetti con le vongole, la specialità della casa, ma evitare che il silenzio selettivo finisca per produrre l’effetto opposto rispetto a quello desiderato: alimentare sospetti anziché dissiparli.
In un Paese nel quale si invoca continuamente la trasparenza delle Istituzioni, la regola dovrebbe essere semplice: o la privacy vale per tutti oppure non può trasformarsi nello scudo riservato soltanto ad alcune categorie.

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Giornalista professionista, romano, scrive di giustizia e carcere