Le Ragioni di Israele
Gli israeliani vedono l’arrivo delle elezioni, Zebuloni: “C’è voglia di cambiare (ma anche paura)”
«Credo che sarà interessante seguire queste elezioni, più di ogni altra tornata elettorale: diranno qualcosa sui cambiamenti che la società israeliana ha subito nel tempo» è l’analisi di David Zebuloni, giornalista del quotidiano israeliano Makor Rishon e corrispondente in Israele di Libero Quotidiano sulle elezioni di ottobre che formeranno la Knesset. Un voto tutt’altro che scontato, con la considerazione che «molti ritengono ancora che il governo attuale, con tutti i suoi difetti, è preferibile a un governo sconosciuto».
A ottobre ci saranno le prime elezioni dopo il 7 ottobre e tre anni di guerra: che influenza avranno sul voto israeliano?
«In Israele esistono due correnti, non necessariamente politiche, ma di pensiero. Alcuni sostengono che il cambiamento sia necessario perché non è possibile continuare con una leadership che ci ha condotto il Paese al 7 ottobre. C’è quindi la piena consapevolezza della necessità di un cambiamento. D’altro canto, c’è la paura di un cambiamento in questo momento».
Perché?
«Non si tratta di un’analisi empirica, ma parlando con colleghi, amici, gente per strada, molti dicono che forse il governo attuale, con tutti i suoi difetti, è comunque migliore rispetto a un governo sconosciuto. Credo che gli israeliani, dopo il 7 ottobre sia più confuso e spaventato. Perciò, più di ogni altra tornata elettorale, ritengo che sarà interessante seguire queste elezioni, che ci insegneranno qualcosa sui cambiamenti politici e psicologici che la società israeliana ha subito nel tempo».
In questa campagna elettorale come potrà Netanyahu riacquistare la credibilità dopo il fallimento del 7 ottobre e la rottura di Trump?
«Netanyahu è certamente associato a molti fallimenti. Ma è anche vero che, in questi anni di guerra, ha ottenuto dei successi. Ha fallito clamorosamente di fronte alla minaccia terroristica di Hamas. Allo stesso tempo, però, c’è chi sostiene che sia stato proprio lui a rimandare, anche se non ad annullare, la minaccia che incombeva su Israele: quella iraniana. Netanyahu è colui che deve assolutamente assumersi la responsabilità del fallimento del 7 ottobre. Eppure è anche colui che giustamente rivendica i traguardi militari ottenuti nei tre anni successivi alla strage. È un po’ come il dilemma dell’uovo e della gallina: quale dei due aspetti peserà di più nel giudizio degli elettori?».
Ben-Gvir e Smotrich riusciranno a riconfermare i loro seggi?
«Per quanto riguarda Smotrich, il quadro appare molto difficile. Secondo i sondaggi non è ancora scomparso dalla scena politica, ma non è certamente uno degli attori principali. La sua posizione è debole e il rischio di un forte ridimensionamento è concreto. Ben-Gvir, invece, sembra più stabile. I sondaggi gli attribuiscono circa otto seggi, un risultato tutt’altro che irrilevante. Una parte significativa dei suoi elettori proviene dall’area della destra che sostiene Netanyahu, ma che ritiene necessario spingere il governo ancora più a destra. In altre parole, molti di questi elettori non vedono necessariamente in Ben-Gvir il leader ideale. Piuttosto, considerano il voto a Ben-Gvir uno strumento per influenzare Netanyahu e orientare il Likud verso posizioni più a destra. Questi elettori sanno che il Likud da solo difficilmente potrà arrivare a 61 seggi- numero per formare il governo- e che Netanyahu avrà bisogno di alleati. Per questo motivo, votando Ben-Gvir, cercano allo stesso tempo di rafforzare la futura coalizione di destra e consolidare il primato di Netanyahu, che rimane il leader con il maggior consenso nei sondaggi».
Nel frattempo Eisenkot cresce nei sondaggi. Sarà lui la sorpresa delle elezioni?
«Eisenkot è un personaggio interessante perché non propone idee particolarmente nuove né una campagna elettorale rivoluzionaria. La sua forza sta nel rappresentare tutto ciò che Netanyahu non rappresenta. Con il suo partito, Yashar (“Dritto”), punta su un messaggio semplice: trasparenza e onestà. Non ha ancora chiarito se governerebbe con la destra o con la sinistra e, proprio evitando di schierarsi apertamente, sta raccogliendo consensi. A rafforzare la sua immagine c’è anche la sua storia personale. Durante la guerra ha perso il figlio e il nipote, motivo che gli conferisce ulteriore credibilità, e suscita in lui maggior empatia».
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