Amici di Israele, appunti per una controffensiva
Ben Gvir, il teatrino lacrimante e la sopravvivenza di Israele che non si difende vergognandosi o chiedendo scusa per un video
L’ultimo psicodramma geopolitico planetario ruota intorno a Itamar Ben Gvir, il ministro israeliano che si è fatto riprendere al porto di Ashdod tra gli attivisti dell’ennesima “Flotilla” fermati e inginocchiati: una trovata di piccolo cabotaggio, pensata esclusivamente per raccattare qualche voto in più nella sua base estremista, in vista delle elezioni che si annunciano. Azione peraltro subito censurata da Netanyahu. Niente di più, niente di meno.
Il teatrino lacrimante
Dopo questo video vanesio e scomposto è andato in scena il consueto teatrino lacrimante delle cancellerie globali, con l’Italia in prima fila. Ambasciatori convocati, comunicati fiammeggianti, leader in allarme come se fosse scoppiata la terza guerra mondiale per una clip su X. E con tanti ringraziamenti dei professionisti della propaganda anti-israeliana e antisemita: l’episodio ha cementato ulteriormente il loro dominio sull’agenda dell’indignazione. A loro tanto di cappello, perché conoscono il mestiere.
L’immagine di Israele è compromessa a prescindere da Ben Gvir
Ma chiudiamola qui, questa miserevole storiella, e andiamo al tema vero, che riguarda noi. Io non penso che gli amici di Israele si debbano scusare o vergognare per il video di un agitato. Da una parte significherebbe sopravvalutare il peso dell’episodio in sé, che è da archiviare come volgare comunicazione politica. Dall’altra lo si sottovaluta, se si pensa che condannarlo può riparare “l’immagine di Israele”. Purtroppo non è così: chi lo sostiene evidentemente non si rende conto della profondità del solco scavato in questi anni. L’immagine di Israele, nei salotti televisivi, in Italia e in Europa, nelle opinioni pubbliche del mainstream globale, è compromessa, amici cari. Non a causa dei fatti ma perché il pregiudizio ha divorato la realtà. E dunque non c’è una “reputazione” da salvare nel breve periodo. Così come dubito che bacchettare o cacciare un ministro dal governo possa riabilitare Gerusalemme agli occhi dell’antisemita globale.
La controffensiva
E allora che cosa dovrebbero fare gli amici di Israele? Che cosa dobbiamo fare noi? Non dobbiamo, non possiamo aspettare la prossima buccia di banana, il prossimo errore, la prossima crisi. Dobbiamo uscire con coraggio dalle trincee difensive. Cambiando l’ordine del giorno, anche se saremo poco ascoltati all’inizio, per occuparci solo e unicamente del gigantesco elefante che è nella stanza del mondo e nessuno vuole vedere.
Il mondo deve dire se vuole oppure no la sopravvivenza di Israele, questo è – anzi resta – il punto di fondo. Arrivo a dire: l’Occidente delle buone intenzioni tartufesche vuole imporre a Gerusalemme sanzioni, sospensioni di accordi commerciali, embarghi, boicottaggi, riconoscimenti unilaterali dello Stato palestinese che non c’è? Facciano – scusate – il cazzo che vogliono. Ma la precondizione ineludibile deve essere l’accettazione esplicita e definitiva del diritto di Israele a esistere e difendersi all’interno di confini sicuri.
L’errore tattico e l’unica domanda da fare: “Riconosci Israele?”
È su questo principio taciuto, negato, omesso, occultato, nascosto, censurato che crolla il castello di carte dell’ipocrisia internazionale. È su questo che dobbiamo rovesciare il tavolo. Finora ci siamo consumati nelle rincorse, accettando che la discussione si riducesse a una contabilità morale sulla condotta di Gerusalemme. È stato un errore tattico e culturale fatale. Va invece capovolto l’asse del confronto: ogni volta che si discute di Israele, la prima domanda da porre — l’unica che conta davvero — deve essere: “Tu riconosci l’esistenza di questo Stato, sì o no?”. Se la risposta è ambigua, se è infarcita di distinguo storici o di indignazione pelosa per l’episodio del giorno, cade qualsiasi maschera e il dibattito si azzera.
Quando la propaganda pro-Pal evoca lo smantellamento del “regime”, quando le piazze occidentali urlano i loro slogan massimalisti, non stanno contestando le intemperanze di Ben Gvir. Stanno contestando la legittimità stessa della presenza ebraica in Medio Oriente. La critica al governo in carica è solo il paravento dietro cui si nasconde l’obiettivo storico dell’eradicazione. Togliere questo velo è la vera controffensiva.
Israele è una democrazia reale, vitale, persino feroce nei suoi conflitti interni, e saranno i suoi cittadini, nelle urne, a fare i conti con Ben Gvir e con chiunque altro comprometta la dignità delle istituzioni. A noi non spetta fare i censori del dibattito di Tel Aviv, ma presidiare la frontiera della civiltà qui in Occidente. La sopravvivenza di Israele non si gioca sulla simpatia mediatica di breve periodo, ma sulla tenuta della sua ragione storica. E non si difende vergognandosi o chiedendo scusa per un video su X.
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