Economia
Quando l’economia diventa una questione di decimali e il giudizio si concentra sullo zerovirgola
Si promette una governance economica più realistica e più attenta al quadro complessivo, ma alla fine il giudizio si concentra sullo zerovirgola. D’altra parte però recuperare 1,6 miliardi su una spesa pubblica di 1.155 miliardi non avrebbe dovuto rappresentare un’operazione impossibile
A volte le regole economiche europee sembrano misurare la solidità di un Paese più con il righello dei decimali che con un’analisi complessiva dei conti pubblici. Il caso italiano lo dimostra con chiarezza. Nel 2024 l’Unione europea ha riformato la governance economica con l’obiettivo dichiarato di rendere le regole fiscali più flessibili e più aderenti alla realtà economica dei singoli Stati. Eppure i due parametri fondamentali sono rimasti immutati: deficit pubblico sotto il 3 per cento del PIL e debito pubblico sotto il 60 per cento. La principale innovazione riguarda il criterio di valutazione del rientro, ora basato sulla dinamica della spesa netta.
Il 26 luglio 2024 il Consiglio dell’Unione europea ha avviato nei confronti dell’Italia la procedura per disavanzo eccessivo (PDE), dopo il deficit registrato nel 2023 pari al 7,4 per cento del PIL. L’obiettivo indicato è il rientro entro il 2026. La raccomandazione del 21 gennaio 2025 stabilisce che la crescita nominale della spesa netta non superi l’1,3 per cento nel 2025 e l’1,6 per cento nel 2026. Nella stessa procedura figurano anche Francia, Belgio, Finlandia, Ungheria, Malta, Polonia, Slovacchia e Romania. Tuttavia l’Italia è il Paese per cui è stato previsto uno dei percorsi di rientro più rapidi. La Francia, che nel 2023 registrava un deficit del 5,5 per cento del PIL, ha invece un orizzonte di aggiustamento molto più lungo, fino al 2029. Guardando alla sostenibilità complessiva dei conti pubblici il quadro appare meno semplice di quanto suggeriscano i soli numeri sul deficit ed il debito. Nel 2025 il debito pubblico italiano ha raggiunto il 137,1 per cento del PIL, il secondo più elevato dell’Unione dopo quello greco. Ma conta anche la composizione: solo il 30,4 per cento del debito è detenuto da investitori esteri, contro il 43,4 per cento della Francia, il 40,3 della Germania e il 40,9 della Spagna. Se si considera poi il debito privato l’Italia appare ancora più prudente. Il debito delle famiglie (fonte Banca d’Italia) è pari al 36,0 per cento del PIL e quello delle imprese non finanziarie al 59,1 per cento. In Francia i valori salgono rispettivamente al 60 e al 155,1 per cento; in Germania al 49,4 e all’89,9 per cento; in Spagna al 44,0 e all’81,8 per cento.
Nel 2025 l’Italia registra inoltre un avanzo primario dello 0,7 per cento del PIL, mentre la Francia presenta ancora un deficit primario vicino al 3 per cento. Eppure l’Italia resta sotto procedura. L’indebitamento netto (fonte Istat) è pari a 69.381 milioni di euro che, su un PIL di circa 2.258 miliardi, significa uno sforamento di appena lo 0,07 per cento rispetto alla soglia del 3 per cento. In termini assoluti sarebbero bastati circa 1,6 miliardi per rientrare perfettamente nel parametro europeo. Il paradosso è evidente: si promette una governance economica più realistica e più attenta al quadro complessivo, ma alla fine il giudizio si concentra su pochi decimali. D’altra parte però recuperare 1,6 miliardi su una spesa pubblica di 1.155 miliardi di euro non avrebbe dovuto però rappresentare un’operazione impossibile per le autorità nazionali. Il rischio è che il dibattito economico europeo continui a misurarsi più sui decimali che sulla stabilità dei conti pubblici.
© Riproduzione riservata







