«La crescita e il lavoro non si creano per decreto, si coltivano mettendo le imprese nelle condizioni di investire». Matilde Siracusano (FI), sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, legge la fase economica tra vincoli di finanza pubblica, riforme in corso e necessità di rafforzare la competitività, con un focus su Mezzogiorno e grandi infrastrutture e un cuore messinese che si batte per la realizzazione del Ponte.

Partiamo dal dl fiscale: su quali misure pensa che ci siano margini di modifica?
«Il decreto fiscale è ora all’esame del Parlamento, che rappresenta il luogo naturale di confronto e di miglioramento delle norme. Il provvedimento contiene importanti strumenti a sostegno degli investimenti, penso ad esempio ai correttivi sull’iperammortamento e alla modulazione della tassazione su dividendi e plusvalenze. L’obiettivo è quello di rendere il sistema ancora più favorevole alla crescita e alla competitività delle imprese. Abbiamo sostenuto con convinzione un impianto che va nella direzione della riduzione della pressione fiscale, della semplificazione e di un rapporto più equilibrato tra fisco e contribuente».

In una fase di vincoli stringenti sui conti pubblici, come si tiene insieme l’esigenza di rigore con quella di sostenere gli investimenti?
«In questi anni il governo si è trovato ad operare in una congiuntura economica internazionale e in un contesto geopolitico estremamente complessi. Nonostante questo, siamo riusciti a sostenere la crescita e ad aumentare l’occupazione. Lo abbiamo fatto tenendo conto dei vincoli di finanza pubblica, ma senza rinunciare a politiche espansive e, soprattutto, a un percorso di riduzione della pressione fiscale, a partire dal taglio del cuneo fiscale per i lavoratori e da una costante attenzione al sistema produttivo. È proprio questo l’equilibrio che intendiamo continuare a perseguire, attraverso una selezione attenta delle priorità e una qualità sempre più elevata della spesa pubblica. Guardando ai prossimi mesi, siamo consapevoli delle possibili criticità, a partire dal rischio di una nuova crisi energetica. Su questo sarà fondamentale una risposta europea forte e coesa: l’Europa deve saper agire senza miopie, come un unico soggetto, nell’interesse dei cittadini, delle imprese e dell’intero continente».

Eppure sul patto di stabilità l’Italia chiede più ascolto dall’Ue.
«Il confronto sul Patto di stabilità è cruciale e, in questa fase, riteniamo che l’Unione europea debba agire con tempestività e visione. L’Italia sta ponendo con chiarezza alcune questioni in sede europea, a partire dalla possibilità di valutare una sospensione del Patto, non come misura per il singolo Stato membro, ma come intervento di carattere generale, in grado di dare una risposta efficace a una fase straordinaria. Siamo di fronte a un contesto complesso, anche alla luce delle possibili evoluzioni sul fronte energetico, e sarebbe un errore sottovalutare l’impatto che questa situazione può avere nei prossimi mesi. Proprio per questo riteniamo necessario che l’Europa si muova in modo rapido e coordinato».

Il contesto era complesso anche dopo il Covid e l’Ue in modo compatto ha ideato il Pnrr, ora alle sue fasi finali. Cosa sarà possibile fare in futuro per replicare questo modello di utilizzo delle risorse europee?
«Il Pnrr ha rappresentato un’esperienza straordinaria, soprattutto per il metodo: programmazione chiara, obiettivi definiti e un sistema di monitoraggio rigoroso. È un modello che ha dimostrato come le risorse europee possano essere utilizzate in modo efficace. Ci era stato detto che il governo Meloni non sarebbe stato in grado di spendere i fondi Ue e che avrebbe messo a rischio i conti pubblici. I dati dimostrano esattamente il contrario: oggi l’Italia è il primo Paese in Europa per capacità di attuazione del Pnrr, con tutti gli obiettivi raggiunti e tutte le rate incassate regolarmente. Al 28 febbraio 2026 la spesa certificata è pari a 113,5 miliardi, a fronte di 153 miliardi complessivamente ottenuti, grazie al conseguimento di 366 obiettivi legati a otto rate. Guardando al futuro, sarà fondamentale consolidare questo metodo, rafforzando la capacità amministrativa, semplificando ulteriormente le procedure e continuando a orientare le risorse verso investimenti produttivi e strategici per la crescita del Paese».

Quali altre azioni ritiene fondamentali per sostenere la competitività del nostro sistema produttivo?
«La crescita e il lavoro non si creano per decreto, si coltivano mettendo le imprese nelle condizioni di investire, produrre e assumere. Per questo è fondamentale continuare ad alleggerire la pressione fiscale e costruire un contesto sempre più favorevole a chi fa impresa. L’obiettivo deve essere quello di creare un vero e proprio “habitat” naturale per l’iniziativa economica, in cui chi vuole investire trovi regole chiare, tempi certi e meno ostacoli burocratici. In questa direzione vanno anche le politiche di semplificazione, il sostegno agli investimenti e l’attenzione al costo dell’energia, che oggi rappresenta uno dei principali fattori di preoccupazione».

La ZES unica per il Mezzogiorno è un progetto a cui lei ha molto lavorato. Quali sono i primi risultati e dove si concentrano ancora le eventuali criticità operative?
«La ZES unica rappresenta una scelta strategica importante, perché punta a rendere il Sud un’area più attrattiva per gli investimenti. I primi risultati sono incoraggianti: nel primo anno sono state oltre 750 le imprese autorizzate, con investimenti attivati per circa 27,5 miliardi di euro e un impatto atteso di circa 35mila nuovi posti di lavoro. Sono numeri che dimostrano come, quando si semplificano le procedure e si offrono strumenti chiari, le imprese rispondono e investono. La ZES unica è uno dei maggiori traguardi raggiunti da questo governo, una grande riforma che abbiamo ottenuto in Europa, una realtà che sta già producendo effetti positivi e concreti sulle Regioni del Sud».

Parliamo del Sud, di quel Mezzogiorno che ha potenzialità e necessità di crescita. Su cosa bisogna far leva?
«Bisogna agire su alcune leve molto chiare. La prima è la sburocratizzazione: ridurre i tempi è decisivo, perché oggi la velocità delle decisioni è un fattore competitivo tanto quanto il costo del lavoro o dell’energia. La seconda è il rafforzamento delle infrastrutture, materiali e immateriali. Collegamenti efficienti, logistica moderna, reti digitali avanzate: senza queste condizioni è difficile attrarre investimenti stabili e di qualità. Il Sud parte da un grande punto di forza, la sua posizione strategica nel Mediterraneo, che lo rende un naturale hub logistico ed energetico tra Europa, Africa e Medio Oriente. È una potenzialità enorme, che va valorizzata con politiche coerenti e una visione di lungo periodo».

E qua si inserisce il tema del Ponte: da messinese doc, quali pensa che siano le ricadute economiche concrete del progetto?
«Il Ponte è un’opera strategica che va letta in una prospettiva nazionale. Non si tratta solo di collegare Sicilia e Calabria, ma di creare un’infrastruttura capace di rafforzare l’integrazione del Mezzogiorno con il resto del Paese e con le principali direttrici europee. È già oggi un grande attrattore di investimenti e lo sarà ancora di più nei prossimi anni: un’opera di questa portata genera fiducia, attiva capitali e crea opportunità. Le ricadute economiche saranno significative, con migliaia di posti di lavoro, sia nella fase di realizzazione sia in quella successiva, e con effetti positivi su filiere produttive, logistica e turismo. Il Ponte contribuirà a rendere il Sud più competitivo, riducendo tempi e costi di collegamento e creando nuove occasioni di sviluppo per l’intero territorio. È un’occasione unica, non solo per il Mezzogiorno ma per tutta l’Italia».

A che punto è l’avanzamento del complesso processo realizzativo dell’infrastruttura?
«Non diamo date, perché purtroppo l’iter progettuale e autorizzativo per avviare i lavori dell’opera ha subito in questi anni gravi ritardi a causa soprattutto dei signori del “no”, sempre pronti a picconare a prescindere e in modo ideologico ogni grande progetto per il Paese. Il governo continua a lavorare per iniziare la realizzazione nel più breve tempo possibile».

Quanto pesa oggi il ritardo infrastrutturale nel limitare la crescita del Mezzogiorno e quali interventi ritiene prioritari per colmare questo gap, oltre al Ponte?
«Pesa tantissimo, come le dicevo prima. In questi decenni non si è fatto il Ponte, ma nel frattempo non si sono fatte neanche autostrade, strade e ferrovie. È giunta l’ora, con una grande opera che attirerà su di sé l’attenzione del mondo, di voltare definitivamente pagina».