Politica
Nuova legge elettorale, cittadini o segreterie dei partiti: chi deve scegliere i parlamentari?
In Italia puoi perdere nel tuo territorio e continuare a vincere nelle segreterie. È il fallimento di un sistema che ha trasformato troppi parlamentari da rappresentanti dei cittadini a rappresentanti dei leader. Ci sono battaglie che accendono i social e riempiono le piazze. E poi ce ne sono altre che sembrano interessare soltanto gli addetti ai lavori. La riforma della legge elettorale e il ritorno delle preferenze appartengono a questa seconda categoria. Eppure dietro un tema apparentemente tecnico si nasconde una delle questioni più importanti della nostra democrazia: chi deve scegliere i parlamentari, i cittadini o le segreterie dei partiti?
Il voto che non conta
Negli ultimi vent’anni la risposta è stata quasi sempre la stessa: le segreterie. Le liste bloccate hanno progressivamente trasformato il parlamentare da rappresentante del territorio a rappresentante del leader. Non conta più quanto consenso hai costruito nella tua città, nella tua provincia o nella tua regione. Conta soprattutto quanto sei gradito a chi compila le liste elettorali. È nato così un modello politico che ha prodotto più fedeltà che autorevolezza. Più nominati che eletti. Più cortigiani che rappresentanti. Se il tuo futuro politico dipende dal leader, passerai cinque anni a guardare verso l’alto. Se dipende dagli elettori, passerai cinque anni ad ascoltare i cittadini. È una differenza enorme e spiega in parte anche la crescente distanza tra politica e popolo. Non è un caso che l’affluenza continui a diminuire. Milioni di italiani hanno ormai la sensazione che il proprio voto serva a scegliere un simbolo, non una persona. E quando i cittadini percepiscono di non contare davvero, semplicemente smettono di partecipare. Eppure gli esempi che dimostrano il valore del consenso popolare sono sotto gli occhi di tutti. Pensiamo a figure come Luca Zaia, Roberto Occhiuto, Vito Bardi o persino a Stefano Bonaccini. Percorsi diversi, idee diverse, ma una caratteristica comune: hanno dovuto conquistarsi il consenso sul campo, affrontando il giudizio diretto degli elettori.
Nuova legge elettorale, torniamo a scegliere i parlamentari
Quando invece prevale la logica delle nomine, il risultato è spesso molto diverso. Negli anni abbiamo visto l’ascesa di parlamentari sconosciuti ai territori, candidati catapultati da una regione all’altra e figure prive di qualsiasi radicamento popolare. Pensiamo a casi come quelli di Barbara Lezzi o Rossano Sasso, spesso diventati più noti per polemiche e dichiarazioni che per risultati politici. Oppure al caso emblematico di Mauro D’Attis. A Brindisi, quando si sottopose direttamente al giudizio popolare come candidato sindaco, arrivò ultimo. Eppure negli anni successivi ha continuato a crescere nelle gerarchie del partito fino a ricoprire ruoli di primo piano. Non è una questione personale. È la fotografia di un sistema. In Italia puoi perdere nel tuo territorio e continuare a vincere nelle segreterie.
Votiamo ovunque le preferenze, tranne alle politiche
La situazione è stata aggravata dal taglio dei parlamentari, che ha ridotto ulteriormente la rappresentanza territoriale. Oggi esistono province intere che faticano ad avere un parlamentare di riferimento. E quei pochi parlamentari spesso rispondono più ai vertici del partito che alle comunità che dovrebbero rappresentare. La contraddizione è evidente. Alle comunali votiamo le preferenze. Alle regionali votiamo le preferenze. Alle europee votiamo le preferenze. Ma quando si arriva al Parlamento della Repubblica, improvvisamente il cittadino non viene considerato abbastanza maturo per scegliere. La verità è che le preferenze fanno paura soltanto a chi non ha un rapporto diretto con gli elettori. Fanno paura a chi deve la propria carriera più alle segreterie che ai cittadini. Fanno paura alle caste che vivono di nomine. I politici autorevoli, invece, dovrebbero pretenderle. Perché la democrazia funziona quando il popolo sceglie. Non quando qualcuno sceglie per lui. E se vogliamo davvero ricostruire il rapporto tra cittadini e istituzioni, dobbiamo avere il coraggio di restituire agli italiani il diritto più semplice e più rivoluzionario di tutti: scegliere chi mandare in Parlamento. Non il simbolo. Non il capo. La persona.
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