Giuseppe Conte è stato costretto ad annullare gli incontri per un intervento chirurgico. Gli sono arrivati messaggi di pronta guarigione da Lorenzo Fontana, Ignazio La Russa, Giorgia Meloni e Antonio Tajani. Agli auguri si unisce anche Il Riformista. E ci permetta, con rispetto, un paio di considerazioni forse non inopportune.

L’improvvisa indisponibilità di un leader politico, insegna Marco Belpoliti nel suo saggio Il Corpo del capo, non è mai soltanto un fatto privato. Ancora ieri, tra un augurio e l’altro, c’era già chi misurava il riflesso politico della notizia. Matteo Renzi si è affrettato a chiarire: «Se sarà lui a vincere le primarie del centrosinistra, rispetteremo il voto». Segno evidente che Conte resta perno decisivo del cosiddetto campo largo, nella sfida aperta con Elly Schlein. Ma Conte resta soprattutto centrale, indispensabile, nel suo Movimento 5 Stelle. Quello che dall’agosto 2021 a oggi ha plasmato a propria immagine e somiglianza, da vero demiurgo. In una conferenza organizzativa annunciò la nascita di una struttura da partito tradizionale: vicesegretari, ufficio di presidenza, coordinatori regionali, una segreteria forte. Ad oggi, più promesse che riforme compiute.

Il dato politico è semplice: il Movimento è Conte, Conte è il Movimento. Le decisioni strategiche sono rimaste in larga misura nelle mani del leader. L’ultima votazione interna, sulla piattaforma digitale per il rinnovo della carica il 26 ottobre scorso, lo ha incoronato con il 90 per cento dei consensi. Solo in seimila, su oltre sessantamila votanti, sono rimasti scettici. Una investitura plebiscitaria. Che ha pregi e difetti. Il pregio è la compattezza. Il difetto è che quando Conte manca, tace il Movimento. E le attenzioni di queste ore alla sua salute stanno lì a ricordarlo.

C’è poi un altro elemento di cui si parla singolarmente poco. Un incumbent interno, o comunque un competitore naturale, da cui Conte farebbe bene a guardarsi: Alessandro Di Battista. L’ex protagonista del triunvirato che guidò il Movimento alle vittorie del 2013 e del 2018 è tornato. Con la sua iniziativa Schierarsi — sigla (MS) che ricorda curiosamente le iniziali del vecchio M5S — ha già annunciato di voler correre alle politiche del 2027. Dalla sua ha visibilità televisiva, La7, eventi pubblici e un circuito mediatico rodato. Di Battista potrebbe stare al M5S come Roberto Vannacci sta alla Lega. Una spina nel fianco interna, capace di contendere consensi nello stesso bacino elettorale. Pronta guarigione all’ex premier, dunque. E, appena ristabilito, uno sguardo al fuoco amico.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.