Accelerazioni e brusche frenate. Speranze e paure. Ottimismo e pessimismo. Sono ore difficili, quelle che caratterizzano questa fase dell’incerto e tumultuoso percorso negoziale tra Iran e Stati Uniti. Quando ha annullato l’ultimo attacco, Donald Trump ha parlato di un accordo ormai finalizzato. Attraverso i suoi social, ha affermato che tutti i mediatori e i partner regionali erano concordi sui punti dell’intesa e che anche l’Iran lo aveva accettato. Ma in attesa del via libera della Guida suprema, Mojtaba Khamenei, le informazioni giunte da Teheran non sono apparse così nette. E così, mentre dall’America si parlava di una firma dell’accordo già domani a Ginevra, con tanto di aerei pronti per trasportare il necessario per organizzare l’arrivo del vicepresidente JD Vance, dalla Repubblica islamica hanno addirittura bollato come “menzogne” sia le notizie di un patto già accettato sia del vertice in Svizzera.

The Donald, ancora una volta frustrato dalle mosse iraniane e dai rallentamenti dell’ultimo minuto, ha rivolto a Teheran un messaggio chiaro: “Farebbe meglio a mettersi in riga e in fretta”. Sul social Truth, il presidente degli Stati Uniti ha anche scritto che quanto fatto trapelare dai media del regime “non ha alcuna relazione con la verità” e ha accusato gli iraniani di essere “persone molto disonorevoli con cui trattare”. Parole di fuoco arrivate in una giornata densa di speculazioni. Successivamente, però, il clima si è disteso di nuovo. Come riportato da Axios a seguito di una telefonata con il presidente, Trump continua a pensare che l’accordo con l’Iran possa essere firmato a breve. Del resto, non tutti gli alti funzionari di Teheran hanno negato che il negoziato avesse subito una decisa accelerazione. Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, ieri ha confermato che il memorandum d’intesa pensato al vertice di Islamabad “non è mai stato così vicino alla conclusione”. Il capo della diplomazia iraniana ha però anche chiesto che “in attesa della sua finalizzazione, i media dovrebbero astenersi dal formulare ipotesi sul suo contenuto”. Una dichiarazione, questa, non troppo diversa da quella dello stesso Vance, che ieri ha scritto su X che stava osservando “molte informazioni false su un possibile accordo per riaprire lo Stretto e porre fine al programma di armi nucleari dell’Iran”. E in effetti, i media americani e quelli iraniani hanno riportato non solo informazioni molto diverse tra loro, ma anche in grado di provocare forti reazioni interne e critiche in entrambi gli schieramenti.

I media di Teheran, in particolare l’agenzia Mehr vicina ai negoziatori, hanno rilanciato la bozza d’accordo divisa in 14 punti. E tra questi, vi è lo stop al conflitto su tutti i fronti (Libano compreso), la fine del blocco navale Usa a Hormuz entro un mese, il ritiro delle forze Usa dai confini della Repubblica islamica, la sospensione delle sanzioni energetiche, un piano di ricostruzione da 300 miliardi di dollari, un impegno iraniano di non sviluppare un’arma nucleare con l’avvio di una trattativa di 60 giorni che entri nel merito del programma atomico. Inoltre, verrebbero sbloccati 24 miliardi di beni iraniani congelati all’estero e l’intero accordo sarebbe supervisionato a livello internazionale.

Dalla Casa Bianca, però, hanno detto che l’intesa tra Stati Uniti e Iran prevede anche impegni sullo smantellamento del programma nucleare e sullo stop ai finanziamenti della rete di proxy in tutto il Medio Oriente. Secondo la Cnn, Teheran avrebbe anche accettato la distruzione e rimozione del materiale nucleare, l’apertura di Hormuz senza alcun pedaggio e il fatto che non vi sarà alcuno sblocco dei fondi senza prima vedere risultati tangibili sugli impegni assunti dalla Repubblica islamica. The Donald, del resto, deve anche gestire le perplessità di Israele, che preme affinché non siano scongelati gli asset e che non vuole il ritiro dalla sua “fascia di sicurezza” in Libano. E ieri, il ministro della Difesa, Israel Katz, ha chiarito che lo Stato ebraico deve avere in futuro “la capacità di agire in modo indipendente per impedire all’Iran di ottenere armi nucleari”.

Mentre sul fronte interno, il tycoon ha dovuto registrate il duro attacco del potente senatore repubblicano Lindsey Graham, che ha paragonato le ipotesi di un fondo per la ricostruzione a “un Piano Marshall per la Germania con i nazisti ancora al potere”. Vance ha reagito dicendo che è inutile dare peso alle indiscrezioni dei media iraniani. Trump, dal canto suo, ha fatto qualcosa di più: ha ripubblicato su Truth il post di Araghchi riguardo all’intesa vicina ma anche al non seguire le speculazioni mediatiche. Segno che le due delegazioni hanno sicuramente un punto in comune: evitare deragliamenti.