Politica
Grillo in campo per Di Battista: “Il suo movimento può valere il 5%”. L’insidia per il centrosinistra
l fondatore del M5S sgancia bordate contro Conte e offre un assist a Dibba. Schierarsi può pescare da ex 5 Stelle, astensionisti e anti-establishment
Alessandro Di Battista, che ha preannunciato per settembre il lancio, o meglio il rilancio del suo movimento “Schierarsi”, non vedeva l’ora. Il flop della raccolta firme contro i finanziamenti ai giornali, chiusa con scarse adesioni, si può già archiviare. Perché a schierarsi al suo fianco, facendogli da apripista per una campagna elettorale che sembra avviarsi in discesa, è il fondatore stesso del M5S, Beppe Grillo. Che non cita Di Battista, ma attacca a muso duro Giuseppe Conte offrendo ai revanscisti delle origini la sponda per uno scontro diretto. «Il Movimento 5 Stelle ha perso la sua identità, soprattutto ha perso la sua diversità», ha scritto ieri Grillo in un lungo intervento sui suoi canali.
Non è soltanto un nuovo episodio della guerra con Conte per il nome e il simbolo, ma un manifesto politico che recupera il repertorio originario: democrazia diretta, ricambio della classe dirigente, reddito di cittadinanza, transizione ecologica, redistribuzione della ricchezza e governo dell’Intelligenza Artificiale. Il giudizio sull’esperienza pentastellata è liquidatorio. Il Movimento doveva cambiare la politica, ma è stata la politica a cambiare i suoi protagonisti: il nuovo è diventato vecchio, i rivoluzionari hanno scoperto i palazzi e le promesse di partecipazione sono state ridotte a slogan. Il sentimento popolare da cui nacque il M5S, sostiene Grillo, esiste ancora. Sono stati coloro che dovevano rappresentarlo a smettere di ascoltarlo. Nel mirino ci sono una dirigenza ripiegata sugli equilibri interni e una classe politica che amministra la prossima elezione invece di programmare il futuro. Grillo affronta anche l’immigrazione: da una parte chi grida all’invasione, dall’altra chi nega il problema, mentre l’assenza di integrazione alimenta paura e disponibilità verso modelli autoritari.
Giuseppe Conte replica con poche parole e una stilettata: «Il Movimento ha perso identità? Con tutte le nostre battaglie, spesso contro tutti? Lui aveva detto che Mario Draghi è un grillino, fate un po’ voi». Un modo per respingere l’accusa e ricordare al fondatore la responsabilità dell’ingresso nel governo Draghi, la scelta che spezzò il rapporto con l’ala movimentista. Danilo Toninelli si schiera invece con Grillo. Secondo l’ex ministro, il gruppo dirigente contiano ha cancellato il limite dei due mandati, archiviato la democrazia diretta, eliminato il garante e trasformato una forza nata per essere né di destra né di sinistra in una componente del centrosinistra. Toninelli respinge anche la ricostruzione secondo cui il governo Draghi sarebbe stato responsabilità esclusiva di Grillo: quella scelta, ricorda, fu condivisa da Conte, Luigi Di Maio e dagli stessi dirigenti che oggi scaricano tutto sul fondatore. La conclusione è durissima: il simbolo dovrebbe tornare al suo «legittimo proprietario», e Conte, se vuole proseguire lungo una strada diversa, dovrebbe farlo con un altro nome.
La coincidenza temporale con le manovre di Di Battista è politicamente rilevante. Schierarsi è ancora formalmente un’associazione di cittadinanza attiva, ma l’ex deputato ha ormai ammesso la possibilità di trasformarla nel perno di una nuova offerta elettorale. Il bacino è quello degli ex pentastellati delusi da Conte, degli astensionisti, dei movimentisti, dei pacifisti radicali e dell’area anti-establishment che non si riconosce né nel Pd né nell’attuale M5S.
Certo, a una seconda lettura, l’affondo di Grillo contro il M5S sembra trarre linfa vitale dalla macchina della propaganda russo-cinese. Per la prima volta parla esplicitamente di “modello occidentale al collasso”, dicendo che per recuperare le ragioni dell’impegno politico bisogna guardare ad altri lidi. Un ammiccamento che abbraccia i vannacciani? Un richiamo della foresta per quella base anarcoide che alimentò i primi Meet Up? Secondo i sondaggisti che Il Riformista ha consultato, comunque il seme di una pianta insidiosa, messa a dimora appena fuori dal perimetro del campo largo. Rado Fonda di SWG individua uno spazio elettorale a sinistra del campo largo «potenzialmente anche attorno al 5%». Non soltanto sinistra tradizionale, ma ex grillini senza collocazione, movimentisti ed elettori anti-mainstream. Resta però incerto quanto Di Battista possa davvero attrarne. «Deve scattare una scintilla, come è successo con Vannacci, altrimenti potrebbe anche essere un flop», osserva Fonda. La dinamica difficilmente sarebbe speculare a quella di Futuro Nazionale: il centrosinistra è all’opposizione e l’area massimalista di sinistra è più ristretta. Un successo di Di Battista sottrarrebbe comunque consensi soprattutto al M5S e, in misura minore, ad Alleanza Verdi e Sinistra.
Più netta la previsione di Antonio Noto, direttore di Noto Sondaggi. La riproposizione del Movimento delle origini, spiega, potrebbe recuperare sia chi ha abbandonato il M5S negli ultimi anni, sia gli elettori oggi insoddisfatti dal posizionamento di Conte. La stima è tra il 3 e il 5%, dunque sopra la soglia di sbarramento. Non sarebbe una rivoluzione del sistema politico, ma un problema serio per il centrosinistra. Anche pochi punti percentuali esterni alla coalizione possono decidere i collegi, alterare i rapporti tra gli alleati e ridurre la competitività del campo largo. Tanto più se Grillo continuerà a demolire la legittimità politica del partito contiano, offrendo a Di Battista parole e argomenti per presentarsi come l’erede coerente del primo Movimento.
Con il 3-5% in meno, il centrosinistra dovrà rifare i suoi conti con grande attenzione, quando a settembre si tornerà a parlare di legge elettorale. E a fronte di un arcipelago filorusso che va dall’estrema sinistra all’estrema destra, dovrà giocoforza riannodarsi il dialogo tra gli europeisti che vogliono contrastare con forza l’asse tra i due populismi.
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