Poteva andare peggio. È il Leitmotiv che ha percorso gli operatori finanziari in chiusura di una settimana che ha visto, in sequenza, la ripresa a tutti gli effetti della guerra Iran-Usa, la prima lenta apertura di un secondo fronte di crisi – Bab el-Mandeb – e la nuova fiammata di dazi. Una tempesta perfetta che, senza gli anticorpi di cui i mercati si stanno attrezzando, oggi racconteremmo in maniera differente. Le perdite ci sono, infatti. Ma non della portata prevista mesi fa. Ieri il calo maggiore è stato registrato sulle piazze asiatiche. A Tokyo il Nikkei 225 è andato sotto del 2,73%. Quella del Giappone è la chiusura più lontana dall’apertura di New York. Quindi, non sapendo cosa sarebbe successo a Wall Street – e non è successo nulla – hanno preferito cautelarsi. Incertezza. Di più, l’industria dell’Estremo oriente è quella che paga il costo maggiore della stretta di Hormuz. Per la Cina, e per i suoi competitor locali, peraltro alleati degli Usa, dallo stallo bisogna uscire a tempi di record. Calma piatta in Europa. Milano ha segnato un +0,8%. Le altre non hanno fatto di meglio. Rallentata anche la corsa del petrolio. Il prezzo del Brent è sceso dell’1,01% a 99,68 dollari al barile, il Wti dello 0,99% a 91,20 dollari al barile. Stabile infine il gas, 62,5 €/MWh, al Ttf di Amsterdam. È sempre così. Prossimi al fine settimana, durante il quale ci si può aspettare di tutto, gli operatori restano cauti.

Ciò non toglie che la situazione è critica. L’eventuale chiusura di Bab el-Mandeb all’imbocco sud del Mar Rosso sarebbe un disastro anche più grave della tenaglia che i Pasdaran stanno stringendo su Hormuz. A sua volta, il rigurgito di dazi trumpiani ha una sua spiegazione. Che però non allieta. In difficoltà con Teheran, il presidente Usa crea un diversivo. Che peraltro gli è stato servito dall’Europa con la multa da 890 milioni di euro inflitta a Google per violazione del Digital Market Act. Ieri sono scaduti i dazi temporanei universali del 10% introdotti dall’amministrazione Usa per 150 giorni, dopo che la Corte Suprema aveva annullato le tariffe precedenti imposte con i poteri d’emergenza. La Casa Bianca li ha sostituiti con un nuovo regime tariffario del 10-12,5% su 60 partner commerciali – la lista dei “fortunati” resta coperta – giustificato questa volta con la lotta al lavoro forzato nelle catene di fornitura. Kaja Kallas, numero uno della diplomazia Ue, ha detto che chiederà spiegazioni alla controparte americana su questo cambio di rotta. L’Ue sperava di aver fatto un affare lo scorso anno con il patto in Scozia Trump-von der Leyen e, al tempo stesso, di potersi permettere di fare uno sgambetto a una big tech d’Oltreoceano senza che nessuno se ne accorgesse. Peccare è umano, perseverare è europeo.

Due le lezioni da trarre. Sul fronte della politica internazionale, la guerra con cui Trump voleva tagliare la testa agli Ayatollah e neutralizzare il pericolo del nucleare in Medio Oriente ha generato una strozzatura a pedaggio su un choke point strategico, che difficilmente si potrà neutralizzare e che altri Paesi potranno prendere come esempio. Vedi l’Indonesia per Malacca. Ma già Bab el-Mandeb fa testo. A Teheran gli Ayatollah sono stati rimpiazzati dai Guardiani della rivoluzione, e il loro programma nucleare resta illeso nei bunker. Nel frattempo, l’Arabia Saudita ha ripreso il suo dossier nucleare. L’ha spolverato, dopo quasi due decenni di oblio, e adesso pensa a come rinnovarlo.

Lato finanziario, alle Borse poco importa che una notizia sia buona o cattiva. A loro non piace l’incertezza. E siccome questa incertezza sta cominciando a durare dall’inizio dell’anno, si stanno anche organizzando per come gestirla. Ci si avvicina al pieno dell’estate. Anche i fondi vanno in vacanza. Non vogliono gestire dagli yacht una rogna quando la si poteva mettere in sicurezza a tempo debito. Per questo si fa risk off. Si smaltisce quello che è più esposto. Non c’è nessun crollo in vista. Basta guardare i mercati del fisico. Il rame e le altre materie prime tengono. Come pure i titoli agricoli. Poteva andare peggio, quindi. Non serve ricordare la battuta che viene dopo.

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Antonio Picasso, giornalista e consulente di comunicazione. Ha iniziato a scrivere di economia, per poi passare ai reportage di guerra in Medio Oriente e Asia centrale. È passato poi alla comunicazione d’impresa e istituzionale. Ora, è tornato al giornalismo. Scrive per il Riformista ed è autore del podcast “Eurovision”. Ha scritto “Il Medio Oriente cristiano” (Cooper, 2010), “Il grande banchetto” (Paesi edizioni, 2023), “La diplomazia della rissa” (Franco Angeli, 2025).