Nessuno riesce ancora a capire se la crisi tra Iran e Stati Uniti possa trasformarsi in un conflitto aperto, su vasta scala e soprattutto in grado di coinvolgere altri attori, in particolare Israele. Teheran e Washington continuano con il loro consueto copione da ormai oltre 13 notti.

Gli attacchi

Centcom, il comando centrale americano, ha confermato che anche nelle scorse ore sono stati attaccati diversi obiettivi in varie parti dell’Iran. Le forze armate Usa, hanno spiegato, hanno preso di mira “i centri di comando militare iraniani, i depositi di droni, le reti di comunicazione, i siti di sorveglianza costiera e le capacità marittime per ridurre ulteriormente la minaccia che l’Iran rappresenta per i naviganti civili e le navi commerciali che transitano nello Stretto di Hormuz”.

La risposta

La Repubblica islamica, come risposta, ha nuovamente lanciato varie ondate di droni e missili contro le basi statunitensi nella regione ritenute come i centri nevralgici o da cui partono le operazioni militari di Washington di questi giorni. Gli ordigni di Teheran hanno colpito dal Kurdistan iracheno al Kuwait, dal Bahrein fino alla Giordania. Le contraeree si sono attivate ovunque, con le sirene d’allarme che hanno risuonato più volte a distanza di ore nei vari Paesi coinvolti dai raid. Ma l’idea di molti esperti è che questa escalation non possa limitarsi solo a questo livello di attacchi e reazioni.

Usa-Iran, il punto sulla tregua

Donald Trump ha minacciato di colpire in una maniera “senza precedenti” l’Iran. Teheran, dal canto suo, ha avvertito che in caso di attacchi alle infrastrutture energetiche del Paese avrebbe ampliato il raggio d’azione delle sue ritorsioni puntando Tel Aviv. Ed è per questo che la diplomazia sta provando a riattivare i fragili canali diplomatici tra i due governi. Operazione difficile, perché nel frattempo le minacce e la retorica muscolare continuano. Secondo il New York Times, i funzionari iraniani avrebbero anche respinto l’ultima offerta di tregua recapitata a Teheran dal primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, pochi giorni fa in visita alla Casa Bianca. Secondo le fonti, al-Zaidi ha incontrato nella capitale iraniana il presidente Masoud Pezeshkian, il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi. Ma a detta delle parti iraniane, il resoconto del Nyt sarebbe “fuorviante” e la richiesta del regime è quella di tornare al contenuto del memorandum d’intesa siglato a giugno e ormai naufragato.

Lo scontro tra Trump e la leadership iraniana

Attraverso uno dei soliti post di Trump sul social Truth, inoltre, Trump ha aperto un nuovo fronte dello scontro diplomatico: quello dell’uso dei fondi iraniani bloccati all’estero per risarcire “qualsiasi danno arrecato a navi, merci o qualsiasi altra cosa ad essi correlata” che si concretizza a Hormuz. “Sequestrare i beni di un’altra nazione per pagare rivendicazioni future non correlate è un precedente incendiario”, ha scritto su X il ministro Araghchi, che ha incontrato il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, in Kirghizistan a margine della riunione dei capi delle diplomazie dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. E questo scontro verbale tra Trump e i vari rappresentanti della leadership iraniana si unisce a una crescente frustrazione e difficoltà di The Donald a uscire da questa palude strategica: “Cina e Russia non coinvolte in Iran, se lo fossero conseguenze gravi”. Secondo il Wall Street Journal, i funzionari dell’intelligence israeliana e americana concordano sul fatto che Teheran abbia ricostruito rapidamente molti siti colpiti dai raid americani e dello Stato ebraico. Le immagini satellitari non lascerebbero dubbi, al punto che anche in alcune basi missilistiche si osservano strade asfaltate da poco dove a marzo cadevano le bombe. E, sempre per il Wsj, la rabbia di Trump fa sì che ormai il presidente Usa sia entrato in “modalità vendetta”.

Trump scettico sul negoziato

Le fonti vicine al capo della Casa Bianca ritengono che ormai il tycoon sia totalmente scettico sul negoziato e abbia fatto capire ai suoi collaboratori più stretti che l’unica via percorribile sia quella di intensificare gli attacchi. La guerra lo sta corrodendo sul fronte interno, con le elezioni di Midterm alle porte. L’impressione è che nessuno riesca a comprendere né i suoi piani né cosa possa rappresentare davvero una vittoria da offrire al mondo e alla sua opinione pubblica. E con le navi saudite bloccate a Bab el-Mandeb dagli Houthi, i costi del conflitto rischiano di essere pesanti per tutto il mercato energetico globale.