Esteri
La Turchia potrebbe annunciare la vendita del sistema di difesa aerea russo a un Paese del Golfo
La notizia bomba, lanciata da alcuni media turchi secondo la quale la Turchia venderebbe o trasferirebbe gli S-400 acquistati dalla Russia a uno stato arabo del Golfo e si sostiene che possa essere gli Emirati Arabi Uniti o il Qatar, ha suscitato molta sorpresa e allarme perché se questa notizia dovesse essere confermata, cadrebbe l’ostacolo che impedisce a Washington di revocare le sanzioni sulle armi alla Turchia. Ma la Turchia non può decidere da sola la vendita del sistema russo a un paese terzo, a meno che la Russia non dia il via libera. Non è un caso che Mosca e Ankara hanno proprio ieri tenuto colloqui sul sistema S-400 presente nell’inventario di Ankara. Il portavoce del Cremlino, Peskov, dice che si tratta di una questione estremamente delicata e che le consultazioni su tale delicata questione continueranno.
I contratti di esportazione e i protocolli di sicurezza russi impediscono il trasferimento di diverse informazioni e tecnologie sensibili sul sistema missilistico S-400 per questo la notizia secondo la quale Ankara si appresterebbe a disfarsi degli S-400 vendendoli a un paese terzo appare non fondata. Codici IFF, le frequenze e gli algoritmi crittografici utilizzati per distinguere i velivoli amici da quelli ostili, le sorgenti dei radar e i codici delle forme d’onda, l’architettura del software di comando e controllo, i protocolli dei lanciatori e dei radar, le reti di intelligence, sono tutte elementi sensibili che non possono essere trasferiti a paesi terzi. Inoltre la promessa di Trump di revocare immediatamente le sanzioni CAATSA contro la Turchia e favorire la vendita degli F-35 si trova ad affrontare un percorso complicato a Washington.
L’annuncio che il presidente Usa ha fatto al vertice Nato di Ankara potrebbe rilanciare i legami di difesa tra Washington e Ankara, ma l’approvazione del Congresso americano e specifiche restrizioni legali poste sull’acquisto dei caccia F-35 ne ostacolano la realizzazione. La relazione tra Usa e Turchia era stata messa a dura prova quando nel 2019 Ankara acquistò gli S-400 dalla Russia. Per questo Washington la escluse dal programma degli aerei da combattimento F-35 e le impose diverse sanzioni all’apparato industriale-militare. Il Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (CAATSA) era stato promulgato nel 2017 nell’ambito di un più ampio sforzo del Congresso per sanzionare Russia, Iran e Corea del Nord per attività che includono la vendita di armi a paesi stranieri. La sezione 231 della legge impone al governo statunitense di sanzionare le entità che consapevolmente intrattengono transazioni significative con i settori della difesa e dell’intelligence russi.
Nel 2020, la Turchia è diventata il primo alleato della NATO a essere preso di mira dopo aver acquistato il sistema missilistico terra-aria russo S-400 non interoperabile con quello Nato. Le misure includevano sanzioni contro l’Agenzia turca per l’industria della difesa (nota come SSB), l’agenzia statale responsabile della gestione dei principali progetti di approvvigionamento nel settore della difesa, nonché restrizioni sulle licenze e autorizzazioni di esportazione statunitensi per l’agenzia e sanzioni contro alti funzionari della SSB, tra cui l’allora presidente İsmail Demir. La disputa ha inoltre portato Washington a escludere Ankara dal programma F-35. Di recente, le due parti hanno intensificato gli sforzi per risolvere la questione. Ad aprile, l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack, aveva dichiarato: “Credo che la situazione relativa agli S-400 si risolverà presto”.
Ma attenzione! L’annuncio del leader americano, durante la conferenza stampa congiunta ad Ankara, del ritiro delle sanzioni, suona più propagandistica che reale. Perché? Perché c’è una bella differenza tra sospendere e revocare le sanzioni; non dobbiamo dimenticare che su questo il presidente americano deve tener conto dell’opposizione del Congresso. Propagandisticamente Trump se lo è dimenticato. Vediamo cosa significa tutto questo per i rapporti USA-Turchia. Revocare CAATSA “riaprirebbe la cooperazione industriale delle rispettive difese, ma il programma F-35 è regolato da una restrizione legislativa sul possesso da parte della Turchia del sistema S-400″. In altre parole, revocare CAATSA è certamente un passo necessario verso la normalizzazione dei legami sulla Difesa, ma di per sé non è sufficiente a rimettere gli F-35 sul tavolo.
Erdoğan sta cercando di convincere Trump a concludere il contratto multimiliardario per l’acquisto di una nuova serie di caccia di 80 F-16 e a consentire il rientro di Ankara nel consorzio degli F-35. Insiste sostenendo che è ingiusto punire un alleato della Nato quando l’alleanza ha bisogno di maggiori capacità difensive. Trump si è spesso mostrato molto favorevole a future vendite, ma il Congresso rimane fortemente ostile per i legami che la Turchia continua ad avere con la Russia e alla situazione drammatica dei diritti umani. Anche Israele si oppone a qualsiasi iniziativa volta a rafforzare l’aeronautica militare turca. Alla Grecia era stato promesso un vantaggio militare qualitativo sulla Turchia durante l’amministrazione Biden e dunque anche Atene si oppone alla vendita di F-35 ad Ankara.
Le tensioni tra Israele e Turchia, così come tra Grecia e Turchia, sono aumentate negli ultimi mesi. Il primo ministro greco Mitsotakis è stato deciso e chiaro al vertice Nato di Ankara sul fatto che la vendita degli F-35 alla Turchia è da scongiurare perché il suo paese affronta “una aperta minaccia di guerra” da parte della Turchia. Membri della lobby greca al Congresso degli Stati Uniti hanno proprio pochi giorni fa firmato una lettera in cui esortano Trump a ritirare la sua offerta. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha esortato Washington a non vendere armamenti avanzati ad Ankara, definendo la Turchia “un regime infettato dai Fratelli Musulmani”. La vendita degli F-35 alla Turchia sconvolgerebbe l’equilibrio di potere in Medio Oriente, che è in ultima analisi garantito dalla superiorità aerea di Israele e anche dalla posizione degli Stati Uniti nella regione.
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