I leader dell’Alleanza Atlantica speravano in un altro tipo di vigilia per questo summit che si apre oggi ad Ankara. Nonostante le pesanti (e consuete) critiche nei confronti degli alleati per il mancato intervento con l’Iran, Donald Trump, dopo la tregua digitale, era apparso più incline all’ascolto. Anche il suo raffreddamento nei confronti di Vladimir Putin, tra minacce di sanzioni e richieste di finire la guerra in Ucraina, era apparso un segnale incoraggiante. Poi, qualcosa è di nuovo cambiato. Il ciclone The Donald si è abbattuto in particolare su Giorgia Meloni, che negli ultimi tempi è diventata il principale obiettivo mediatico della Casa Bianca con attacchi senza precedenti. Il tycoon ha addirittura detto che si sarebbe recato in Turchia solo per rispetto del presidente Recep Tayyip Erdogan. E mentre gli alleati Nato devono gestire le bizze del presidente americano, Putin sa che tutto questo caos “made in Usa” non può che andare a suo vantaggio.

Ieri, parlando nello Studio Ovale, Trump ha detto che “Putin vuole far finire la guerra in Ucraina”, anzi, che “lo vuole fortemente” e che questa è volontà anche di Zelensky. “Ne parleremo al vertice della Nato”, ha aggiunto il capo della Casa Bianca. Ad Ankara, The Donald incontrerà il presidente ucraino e, subito dopo, è prevista una nuova telefonata con il leader russo. Ma l’ultimo attacco a Kyiv dimostra in realtà come il Cremlino, per prima cosa, voglia dimostrare di non avere interesse a placare la sua pioggia di fuoco. Ieri, nella capitale ucraina, si è registrato un nuovo tragico bilancio: 20 morti. Quattordici a Kyiv e gli altri sei nella regione. Nella notte tra domenica e lunedì, le forze russe hanno lanciato sulla città più di 350 droni e 68 missili. “Per intercettare i missili balistici, abbiamo bisogno dei mezzi per l’intercettazione”, ha di nuovo gridato il portavoce dell’aeronautica militare, Yuriy Ihnat, “i russi stanno sfruttando il fatto che ora vi è una grave carenza di missili intercettori, sia in Ucraina che nel mondo”. Le forze ucraine hanno risposto con attacchi mirati a centrali e raffinerie, anche in Crimea, penisola che da alcune settimane è nel mirino dei droni di Kyiv. Ma se il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha definito i raid russi come un segno della “disperazione” di Putin, il nodo da sciogliere rimane proprio il modo in cui l’Alleanza può o pensa di aiutare l’Ucraina mentre l’escalation tra i due Paesi non accenna a diminuire di intensità.

Proprio Rutte, in realtà, rappresenta una delle chiavi di lettura di questa delicata fase degli equilibri interni al blocco. La sua strategia è di evitare frizioni con Trump, spesso elogiandolo pubblicamente. Lo ha fatto anche ieri negando che le intenzioni del presidente Usa siano quelle di spaccare l’alleanza, ma solo di riequilibrare gli impegni. Su tutti, resta l’obiettivo di portare la spesa per la difesa dei Paesi membri al 5% del Pil. Elemento su cui Trump non accetta compromessi. Il problema però è che questa linea firmata Rutte non trova il sostegno di molti partner. Secondo il Wall Street Journal, i leader europei e il premier del Canada Mark Carney, dopo le affermazioni di Trump sulla Groenlandia, hanno iniziato a discutere in via riservata di un processo di “de-americanizzazione” della Nato. Francia e Paesi Bassi hanno iniziato anche a rimuovere alcune tecnologie americane dai propri sistemi. C’è chi inizia a riflettere su come gestire armi e sistemi prodotti negli States senza l’ok di Washington.

In generale, l’impressione è che i capi di Stato e di governo del Vecchio Continente vogliano pensare al secondo mandato Trump non come una semplice parentesi, ma come un momento di passaggio che potrebbe anche non finire con la scadenza dell’amministrazione repubblicana. E anche sulle colonne del Financial Times è apparso un editoriale di Timothy Garton Ash, docente di Studi europei all’Università di Oxford, in cui si afferma che indispensabile pensare a una “europeizzazione” della Nato per la sicurezza di tutto il blocco occidentale. Avvertimenti importanti, che arrivano mentre ad Ankara si attende soprattutto di capire il destino del supporto dell’Alleanza verso Kyiv. Sembra accertato il pacchetto di aiuto per 140 miliardi di euro in due anni. Un fondo di sostegno finanziario e militare che rientra anche nel meccanismo Purl per acquistare sistemi fabbricati in America, in particolare i Patriot. Ma tutto dipende dalle intenzioni di Trump di spegnere o meno le tensioni con i partner.