Alla luce del prossimo vertice Nato c’è un silenzioso ma costante dibattito che si consuma nel “fianco Sud” dell’alleanza: sul tavolo da gioco c’è proprio il Paese dall’aquila a due teste, in cui, queste due, potrebbero essere proprio l’Italia e la Turchia. Se l’Italia considera, da tempi immemori, l’Albania come il “cortile di casa”, nonché il suo prolungamento naturale sull’Adriatico, per la Turchia di Erdoğan il Paese rappresenta la proiezione neo-ottomana di un processo di conquista che affonda le radici molti anni fa.

Facciamo un salto temporale al XV secolo, quando l’eroe albanese, Gjergj Kastrioti, detto Skanderbeg, definito da Papa Callisto III come “Atleta di Cristo e difensore della fede”, fu a capo di una resistenza decennale che ritardò l’assimilazione dell’Albania all’allora Capitale Costantinopoli. Tuttavia, dopo la morte dell’eroe nazionale simbolo dell’Albania, quest’ultima cadde sotto il giogo ottomano per quasi quattrocento anni. La dominazione ottomana in quattro secoli fu principalmente economica: nell’impero ottomano di fatto esisteva lo status di dhimmi per i non musulmani, ossia, anche se facenti parte dell’Impero Ottomano, i cittadini stranieri erano considerati di serie B e sottoposti alla tassa Jizya, pro capite ed estremamente onerosa.

Ed è proprio nell’Albania sotto la dominazione ottomana che iniziò a diffondersi il cosiddetto “Bektashismo”, una confraternita mistica sufi, dal credo tollerante e sincretico. Attraverso l’incorporazione di alcuni elementi cristiani, il credo bektashi ha contribuito a una transizione “morbida” degli albanesi dal cristianesimo all’Islam. Anche dopo la fine della dominazione ottomana in Albania, la Turchia continua a esercitare la sua influenza attraverso strategie di soft-power religioso ed economico. Quest’ultima, infatti, continua a essere tra i primi partners economici dell’Albania, influente allo stesso modo nell’ambito sanitario e delle telecomunicazioni. Tirana, inoltre, ha acquistato dalla Turchia i celebri droni Bayraktar TB2, e decine di specialisti, tra cui piloti e tecnici albanesi, vengono formati direttamente da istruttori turchi.

L’operazione di Ankara, quindi, è quella di presentare la Turchia come un “benefattore benevolo”, attraverso l’esportazione dell’islam sunnita e la creazione di maestose moschee, tra cui la rinomata moschea di Nemazgah nel cuore di Tirana. Per l’Italia invece, come si è detto, l’Albania è sempre stata il naturale prolungamento sull’Adriatico, il “fratello maggiore” dalla tragica crisi degli anni ‘90 fino alla firma del protocollo migranti con il governo Meloni, i cui risultati sono rivendicati dallo stesso premier Rama, benché scarsi e non memorabili. Al prossimo vertice Nato, l’Albania si siederà come alleata fedele seppure contesa tra “le due teste” d’Occidente e d’Oriente: all’Italia spetterà il compito di garantire all’alleato albanese una visione strategica che vada oltre la gestione dei flussi migratori. Di fatto, qualora questo non accada, sarà proprio la Turchia di Erdoğan a colmare gli spazi geopolitici e identitari trascurati dall’Occidente.

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Classe 2002, riformista per scelta e cattolica per formazione, nel solco di maestri come Sturzo, De Gasperi e La Pira. Ho fondato Orizzonte Giuridico, un’officina di pensiero nata per rimettere la cultura del diritto al centro del dibattito pubblico. Mi divido costantemente tra l’Italia e l’Albania, con tre chiodi fissi: il Diritto Costituzionale, i sistemi elettorali e le stanze del Vaticano.