L’unica certezza è che si voterà nel 2027, probabilmente tra aprile e maggio. Tra quaranta settimane. Altre certezze, non ce ne sono. Sullo Stabilicum e le sue varianti, che qualcuno in commissione Affari costituzionali considera ormai come ceppi virali, da trattare con guanti e mascherina, regna l’incertezza assoluta. Se il premio, il ballottaggio, lo sbarramento rimangono tre variabili che balenano e scompaiono a seconda dei momenti e degli interlocutori, le preferenze e il listino bloccato sono grimaldelli che ciascuno prova a usare per farsi strada nel caos.

A dare per acquisito ciò che acquisito non è, ci ha pensato ieri il vicepremier Antonio Tajani, liquidando mesi di schermaglie parlamentari con una battuta che suona quasi come un atto di fede: «Abbiamo sempre parlato, c’è un dibattito e ripetiamo sempre le stesse cose. C’è una legge e un testo legislativo depositato, quindi c’era un accordo». Un’affermazione che la minoranza, e in particolare il Partito democratico, non è disposta a lasciar passare senza repliche. È il presidente dei senatori dem, Francesco Boccia, a offrire ieri, davanti all’assemblea del gruppo Pd, la lettura più organica — e più dura — dello stato dei lavori. Per Boccia non si tratta di dettagli tecnici da limare in commissione, ma di un cambio di passo dell’intera maggioranza: «Credo che dobbiamo essere tutti consapevoli della fase politica che abbiamo davanti. Al netto delle divisioni della destra che sono evidenti mi auguro che non ci si trovi davanti ad una accelerazione dei tempi per arrivare ad una approvazione anche al Senato prima della pausa estiva. Sarebbe una forzatura inaccettabile».

Dal fronte di maggioranza, la replica non tarda e ribalta l’accusa. Il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Alfredo Antoniozzi, rivendica la coerenza della propria proposta e chiama in causa la storia stessa della sinistra sul tema della governabilità: «Noi preferiremmo perdere e andare all’opposizione piuttosto che prendere più voti con l’attuale sistema e non avere una maggioranza. Non stiamo costruendo qualcosa per noi ma per rispettare il voto democratico. La nostra proposta di legge rispetta tutti i cardini costituzionali e democratici di una Repubblica parlamentare. Le opposizioni dovrebbero contribuire con proposte non demonizzare una legge chiara che assicura stabilità». Sul nodo tecnico più divisivo — il ritorno delle preferenze — anche dentro il centrodestra le posizioni non collimano automaticamente. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani, si dichiara favorevole per storia personale, pur rimettendo la scelta al tavolo di coalizione: «Per quasi tutta la mia vita politica mi sono misurato con le preferenze, quindi sicuramente sono a favore. Tuttavia facciamo parte di una coalizione, quindi vedremo se ci sono le condizioni per introdurle». Quanto a un’intesa più ampia con le opposizioni, Ciriani non lascia margini di ambiguità: «Temo sia impossibile e certamente non per una mancanza di volontà del centrodestra che ha cercato più volte il dialogo. La sinistra preferisce una legge elettorale, quella attuale, che rischia di dare un risultato poco definito e dunque favorire governi ibridi o tecnici, basati su maggioranze fantasiose che non rispecchiano la volontà popolare. Vogliono un modo per stare al governo anche senza vincere le elezioni, come accaduto in passato».

Sulle preferenze si allinea anche Maurizio Lupi, presidente di Noi Moderati, che liquida come pretestuose le resistenze dell’opposizione: «Le barricate dell’opposizione su una legge elettorale equilibrata che unisce rappresentanza e governabilità sono assolutamente strumentali. Il centrodestra si sta confrontando nel merito e saprà trovare una sintesi anche sul tema delle preferenze che per Noi Moderati sono uno strumento importante per contrastare l’astensionismo e riavvicinare gli elettori e i territori alle istituzioni». Sul fronte centrista, Azione deposita un emendamento che punta a spostare in alto l’asticella del premio di maggioranza: la proposta, a prima firma del capogruppo alla Camera Matteo Richetti, prevede di innalzare dal 42 al 45% la soglia oltre la quale scatta il premio, restando altrimenti — abolito il ballottaggio — nel pieno proporzionale.

A chiudere il quadro, con un affondo tutto personale, è Matteo Renzi, che sceglie la strada della rivendicazione identitaria: «È arrivato il momento di dirlo forte e chiaro: io non prenderò in nessun modo i voti del Pd o dei Cinque Stelle o di Avs. Mai! Il sistema è proporzionale: io tornerò in Parlamento se Iv-Casa Riformista avrà i voti sufficienti. È vero che c’è anche un elenco di persone che entreranno con l’eventuale premio di maggioranza — e questo premio di maggioranza coinvolge ovviamente tutta la coalizione — ma ho già detto che io non voglio stare nella lista dell’eventuale premio di maggioranza. Io non voglio entrare in Parlamento votato da un grillino o da uno di Avs». E aggiunge: «Ora è più chiaro: i seggi blindati, i collegi regalati, i posti elemosinati sono concetti che non fanno per me. Se entro, entro con i miei voti, con la mia faccia, con le mie idee». Quaranta settimane al voto, e la legge con cui gli italiani sceglieranno il prossimo Parlamento resta, a tutti gli effetti, un cantiere aperto.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.