La campagna di Travaglio
Paladini nel mirino del Fatto Quotidiano, “colpevole” perché vuole spezzare l’egemonia rossa per la Scuola superiore della magistratura
Mauro Paladini, presidente della Scuola superiore della magistratura, è da settimane nel mirino del Fatto Quotidiano. “Una vergogna”, titolava ieri il quotidiano diretto da Marco Travaglio, riferendosi alla sua gestione dei verbali della Scuola. La nomina di Paladini, la scorsa primavera, ha scatenato polemiche che vanno ben oltre il suo curriculum o le modalità della sua elezione. Al centro del dibattito, infatti, sembra esserci soprattutto un dato politico e culturale: dopo circa 20 anni di guida riconducibile all’area progressista, la principale istituzione deputata alla formazione dei magistrati italiani è passata a una figura non identificabile con quel mondo.
Paladini ha preso il posto di Silvana Sciarra, già presidente della Corte costituzionale, che aveva scelto di dimettersi dopo la mancata riconferma. La sua elezione è stata allora descritta come il frutto di un presunto “blitz” della maggioranza di governo per conquistare il controllo della formazione delle toghe. Eppure il suo curriculum racconta una realtà diversa. Ordinario di diritto privato all’Università di Milano-Bicocca, Paladini è stato magistrato civile e penale per quasi 10 anni, insegna da tempo nelle università italiane e conosce bene la stessa Scuola superiore della magistratura, nella quale svolge attività di formazione da anni. Un profilo accademico e professionale difficilmente liquidabile come una semplice nomina politica.
Anche la ricostruzione secondo cui la mancata conferma di Sciarra sarebbe stata esclusivamente il risultato di pressioni esterne appare incompleta. Diverse testimonianze interne hanno infatti evidenziato come, durante la sua gestione, fossero emerse tensioni significative all’interno del Comitato direttivo. A essere contestati sarebbero stati il metodo di conduzione dei lavori, ritenuto poco collegiale, i ritardi nell’approvazione dei verbali e una gestione giudicata da alcuni componenti eccessivamente personalistica. A queste criticità si sono aggiunte vicende concrete che hanno contribuito a incrinare gli equilibri interni. Tra queste, il controverso ingresso nel Comitato del procuratore di Viterbo Mario Palazzi, poi dichiarato decaduto dal Consiglio superiore della magistratura per incompatibilità con l’incarico ricoperto. Una decisione che ha modificato gli equilibri all’interno del direttivo e che ha inevitabilmente inciso anche sul successivo voto relativo alla presidenza.
Nonostante questo quadro complesso, il dibattito si è però concentrato esclusivamente sull’identità culturale del nuovo presidente. L’Associazione nazionale magistrati ha trasformato la questione dei verbali del Comitato nel simbolo di una presunta mancanza di trasparenza della nuova gestione. Il caso è nato proprio dalla pubblicazione del verbale relativo all’elezione di Paladini, trasmesso ai magistrati richiedenti con numerosi omissis. Ma anche in questo caso la narrazione è incompleta. Per anni nessun Comitato direttivo aveva mai pubblicato integralmente i propri verbali. La riservatezza era stata la prassi costante, senza che nessuno battesse ciglio, sotto tutte le precedenti presidenze, comprese quelle unanimemente considerate autorevoli come Valerio Onida, Gaetano Silvestri, Giorgio Lattanzi e la stessa Sciarra.
La differenza è che oggi alla guida della Scuola c’è appunto Paladini. La nuova dirigenza, anziché mantenere quella prassi, ha avviato un percorso per rendere pubblici gli atti nel rispetto della normativa sulla privacy, chiedendo preventivamente il parere del Responsabile della protezione dei dati e valutando anche gli orientamenti del Garante della privacy e della giurisprudenza amministrativa. Gli omissis riguardano infatti dati personali, opinioni espresse durante il dibattito e informazioni sensibili che la legge impone di tutelare. È difficile sostenere, dunque, che ci si trovi davanti a un improvviso oscuramento della trasparenza quando, al contrario, l’attuale gestione è la prima ad affrontare concretamente il problema della pubblicazione dei verbali dopo anni di assoluta riservatezza.
Le ricostruzioni insistono poi sui suoi rapporti con il Centro studi Rosario Livatino, con il sottosegretario Alfredo Mantovano, e sulla sua partecipazione a iniziative culturali vicine al centrodestra. Per i detrattori, la pistola fumante di una presunta volontà governativa di “occupare” la Scuola. Ma avere idee non riconducibili all’area progressista non equivale automaticamente a compromettere l’autonomia dell’istituzione. Il punto centrale è altro. Per anni la Scuola superiore della magistratura è stata considerata un luogo espressione di una ben determinata area culturale. L’arrivo di una figura diversa ha rotto questo equilibrio consolidato, percepito come una perdita di egemonia. Ecco quindi nascere una parte consistente delle polemiche.
È legittimo chiedere trasparenza, ma ciò dovrebbe valere sempre, non soltanto quando cambia l’orientamento di chi guida un’istituzione. Paladini potrà essere giudicato per le scelte che compirà, per la qualità della formazione offerta ai magistrati e per la capacità di garantire pluralismo e indipendenza. Trasformarne però la nomina in uno scandalo esclusivamente perché non appartiene all’area culturale che per anni ha guidato la Scuola significa spostare la discussione dal merito all’identità politica. Ed è proprio questa la vera strumentalizzazione.
© Riproduzione riservata







