Per oltre un decennio il Cremlino ha costruito la propria giustificazione morale alla guerra in Ucraina attorno a una parola: denazificazione. Mentre Mosca rivendicava di voler “liberare” l’Ucraina dal nazismo, nel Donbass si consolidava una delle più vaste reti contemporanee di milizie ultranazionaliste, neonaziste e mercenarie d’Europa. La contraddizione non è marginale. È il cuore stesso della strategia russa.

Il Cremlino presenta la guerra nel Donbass come una rivolta spontanea delle popolazioni russofone contro un presunto “golpe fascista” avvenuto a Kiev nel 2014. Pavel Gubarev, primo autoproclamato “governatore popolare” di Donetsk, proveniva dall’Unità Nazionale Russa (RNE), organizzazione paramilitare apertamente neonazista che utilizzava simbologie ispirate alla svastica. Igor Girkin, noto come “Strelkov”, ex ufficiale dell’FSB e figura centrale nell’avvio militare dell’insurrezione armata, era animato da un radicale nazionalismo imperiale e monarchico. Alexander Matyushin, leader locale del gruppo Russkiy Obraz, contribuì alla formazione delle prime unità combattenti separatiste. Questi elementi non rappresentano deviazioni occasionali. Costituiscono il “peccato originale” delle entità separatiste del Donbass. Con il protrarsi del conflitto, il Donbass si è trasformato in un punto di aggregazione transnazionale per estremisti, mercenari e suprematisti bianchi provenienti da differenti Paesi.

Quello che emerge è una vera e propria “Internazionale Nera”. Tutto questo mentre Mosca continuava a presentarsi come il principale baluardo mondiale contro il nazismo. Come è stato possibile che una parte significativa della sinistra radicale europea abbia finito per sostenere, direttamente o indirettamente, questo progetto? La risposta non sta tanto nell’ingenuità dei singoli quanto nella sofisticazione della strategia comunicativa del Cremlino. Alla destra identitaria Putin offre la difesa della tradizione, dei valori conservatori, dell’autorità e della sovranità nazionale. Alla sinistra antagonista propone invece il linguaggio dell’antimperialismo, dell’antiamericanismo e della critica alla NATO. Simboli sovietici, memoria della Grande Guerra Patriottica e retorica antifascista vengono utilizzati per costruire una narrazione apparentemente coerente. Il risultato è un’ibridazione ideologica senza precedenti: una destra radicale che parla il linguaggio della rivoluzione sociale e una sinistra che finisce per giustificare un progetto imperiale fondato sulla forza militare e sull’autoritarismo.

L’Italia si è rivelata uno dei terreni più fertili per questa sperimentazione. Nel nostro Paese il fenomeno ha assunto caratteristiche particolarmente interessanti dal punto di vista analitico. Una parte della destra ha guardato alla Russia come modello di sovranismo, ordine e difesa dell’identità. Una parte della sinistra radicale vi ha invece proiettato le proprie aspirazioni antiamericane e anticapitaliste. In mezzo si è sviluppata una vasta “zona grigia” composta da opinionisti, attivisti, influencer e sedicenti corrispondenti di guerra che hanno contribuito a diffondere narrazioni convergenti. L’obiettivo non era necessariamente convincere l’opinione pubblica che la Russia avesse ragione. Era qualcosa di più sottile. Rendere impossibile distinguere tra realtà e propaganda.