Questo ponte del Primo Maggio è stato un ponte antisemita. Probabilmente amplificato dalla mossa a sorpresa di Israele del 30 aprile, quando la Marina militare ha intercettato al largo di Creta la nuova Global Sumud Flotilla, chiudendo la partita in poche ore con un epilogo più morbido del 2025: i 211 attivisti fermati sono stati sbarcati a Lasithi, in Grecia, in coordinamento con Atene, non condotti al porto israeliano di Ashdod. La macchina pro-Pal, costruita sul crescendo mediatico di una settimana di avvicinamento, si è ritrovata privata del proprio climax, sostituito da uno sbarco amministrativo in territorio europeo. È un’ipotesi, ma il calendario invita a formularla: la sottrazione di teatro può aver spostato la pressione del risentimento dal piano simbolico-internazionale a quello locale.

Nella notte tra venerdì 1° e sabato 2 maggio, in piazza Santa Giulia a Torino, otto pietre d’inciampo sono state ricoperte di vernice nera. Erano dedicate ad Aida Sara Montagnana, Rosa Vita Finzi, Teresita Teglio, Ercolina Levi, Sara Colombo, Eugenia Treves in Segre, Lidia Passigli ed Ettore Abenaim – ebrei dell’Ospizio Israelitico di Vanchiglia, deportati e uccisi nei campi nazifascisti. Posate il 3 febbraio, meno di tre mesi fa, sono state ripulite la mattina dopo da quattro studenti volontari. Il 26 aprile, nello stesso quartiere, era stata bruciata una lapide partigiana in largo Montebello: due gesti distinti per movente ma convergenti per direzione – colpire la memoria della Resistenza, e dentro di essa quella specifica dell’ebraismo che pagò un prezzo personale immenso.

La notte tra sabato 2 e domenica 3 maggio, a Firenze, sui muri di via dei Banchi e nel sottopasso di Santa Maria Novella sono apparse scritte di tutt’altra natura. «Sionisti appesi», «Carrai muori», «Ebrei bruciati vivi», «Ebrei al rogo», «No Jews», «Free Palestine», con una svastica accanto. Marco Carrai, console onorario di Israele, era il bersaglio nominato. Ma quelle frasi non riguardano lui né lo Stato di Israele: «Ebrei al rogo» e «No Jews» non sono antisionismo, sono antisemitismo classico, di matrice nazista, esplicito nel disegno della svastica. Quando lo slogan palestinese e il simbolo del Reich vanno a coppia sullo stesso muro, chi li traccia non è ambiguo: per lui, le due cose sono coerenti. Carrai ha chiesto coerenza: condannare il singolo gesto non basta senza una posizione costante e plurale verso chi diffonde l’odio.

Il dato non è un episodio. Il rapporto CDEC 2025 ha registrato 963 casi di antisemitismo in Italia, il numero più alto mai contato in un anno; nei primi nove mesi le aggressioni fisiche sono state 11, anch’esse un record. Concentrazione geografica: Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia-Romagna, Piemonte. La Toscana e il Piemonte di queste ore sono dentro quella mappa, non fuori da essa. Il 2026 si avvia a superare questo triste primato. La domanda è se il lessico che si è lasciato consolidare in tre anni, – «saponette mancate» al 25 aprile di Milano, «ebrei sionisti cancro del mondo» sul Lungotevere a dicembre, oggi «ebrei al rogo» su un muro fiorentino – possa ancora essere descritto come la frangia di pochi. La risposta è no, perché troppe forze politiche lo hanno riverberato e sdoganato, rendendolo accettabile. Quando si passa dai cori in piazza alle pietre della Shoah ricoperte di vernice, e da quelle alle minacce di morte a un rappresentante di Stato straniero, è in corso uno spostamento. Il ponte del Primo Maggio 2026 è il punto in cui questo spostamento si è reso visibile a tutti.