Un accordo meno ambizioso del previsto, volto solo a evitare una ripresa della guerra nel breve termine, a riaprire Hormuz e a discutere per un mese di un vero e proprio accordo di pace. Secondo le indiscrezioni, sarebbe questo il vero oggetto delle discussioni tra Teheran e Washington. Un ridimensionamento che sarebbe il frutto di divergenze difficilmente superabili nel breve periodo, e che nasce anche dalla mancata sconfitta dell’Iran da parte degli Stati Uniti. Secondo l’ultimo rapporto della Cia visionato dal Washington Post, la Repubblica islamica sembra tutt’altro che pronta alla resa. La sua economia è provata dal blocco di Hormuz, ma potrebbe resistere altri tre o addirittura quattro mesi. Per la comunità di intelligence Usa, Teheran è riuscita a conservare circa il 75% delle scorte di lanciatori mobili e il 70% delle scorte di missili che aveva prima della guerra. I depositi sotterranei sono stati ripristinati e molte armi sono state recuperate. E gli ultimi attacchi agli Emirati Arabi Uniti hanno messo in chiaro un elemento che terrorizza le monarchie del Golfo: l’Iran si sente forte e sa che Donald Trump preferisce una rapida via d’uscita dal pantano di Hormuz anche a costo di fare concessioni pesanti al suo nemico e mettere a rischio i partner regionali. Un rischio per cui l’Arabia Saudita ha vietato l’uso delle sue basi costringendo The Donald a fermare l’operazione Project Freedom.

Iran e Usa lavorano da settimane attraverso il Pakistan e gli altri mediatori per trovare una soluzione al conflitto, ma anche per costruire un’architettura diplomatica che eviti una futura ripresa della guerra, vista da molti osservatori come probabile. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha sentito il suo omologo pakistano, Ishaq Dar, ribadendo l’importanza di proseguire nella “diplomazia”. Da Islamabad continuano a rilanciare un cauto ottimismo, attendendo una risposta di Teheran in queste ore. Tuttavia, l’impressione è che da questo “deal” non usciranno né rivoluzioni né una vera e propria pace. Secondo Reuters, l’accordo di cui si sta trattando si concentra su Hormuz. Elemento, quest’ultimo, che sembra già ambizioso visto che la Repubblica islamica non ha alcuna intenzione di abbandonare il nuovo status quo e ha anche istituito un’agenzia governativa per controllare e tassare le navi, denominata Autorità dello Stretto del Golfo Persico. “La nostra priorità è che annuncino una fine permanente della guerra e il resto delle questioni potrebbe essere discusso una volta che torneranno ai colloqui diretti”, ha detto un alto funzionario pachistano parlando all’agenzia. E tutto fa credere che l’obiettivo sia poi quello di aprire un periodo di 30 giorni per discutere degli altri punti nevralgici di un eventuale accordo.

Su quelli, però, la situazione appare tutt’altro che semplice. Le sanzioni, che Teheran vuole che vengano rimosse e che ieri sono state aumentate da parte del Dipartimento del Tesoro americano, possono essere tolte solo se l’Iran farà passi in avanti sui due temi-chiave per gli Stati Uniti: nucleare e diritti umani. Sul secondo, però, il regime non ha dimostrato alcun allentamento della repressione. Mentre sul primo, cioè il programma atomico, la sfida appare estremamente complessa. Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Iran lo stop per 20 anni dell’arricchimento dell’uranio, lo smantellamento dell’intera infrastruttura nucleare e l’abbandono di tutte le scorte di uranio arricchito esistenti. Teheran parla però solo di “uranio altamente arricchito”. Smantellare gli impianti di Fordow, Natanz e Isfahan non appare sufficiente. E, come scrive il Wall Street Journal, l’impianto sotto il monte Pickaxe potrebbe essere escluso in quanto “cantiere”. Proprio in questo luogo, il sito israeliano Ynet ha pubblicato le immagini satellitari che mostrano movimenti sospetti. E non è un caso che il premier Benjamin Netanyahu abbia sentito Trump proprio per discutere dell’uranio di Teheran. Anche le possibili ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica lasciano aperti diversi interrogativi. Mentre sul resto del Medio Oriente, nessuno può dire davvero cosa succederà nelle prossime settimane o mesi. Teheran continua a dire che il Libano sarà incluso nella pace, ma Israele deve prima risolvere la questione Hezbollah. La guerra continua e ieri un razzo è caduto anche nella base di Shama, sede del comando italiano del Settore Ovest di Unifil. E l’ultimo raid su Beirut è stato un avvertimento chiaro da parte dell’Idf.