La libertà è la regola. L’intercettazione è l’eccezione. Lo dice l’articolo 15 della Costituzione, che dichiara inviolabile la segretezza delle comunicazioni. Lo dice l’articolo 8 CEDU. In Italia questo rapporto si è rovesciato: 300 milioni l’anno, migliaia di conversazioni captate, brogliacci sui giornali prima del processo. Viviamo nell’era del GDPR e dei cookie banner — eppure i fascicoli giudiziari fino a poco fa giacevano nei corridoi dei tribunali, e le conversazioni tra persone innocenti vengono intercettate senza che nessuno risponda a nessuno. Quando è lo Stato a violare la riservatezza, il silenzio è assordante. Quando è un privato, scattano le sanzioni. E intanto il mezzo di ricerca della prova si è trasformato in prova: frammenti estrapolati, condanne mediatiche prima di quelle giudiziarie.

La legge Zanettin — n. 47 del 2025 — ha fissato un limite di 45 giorni per le intercettazioni. È un passo, ma corto. Il problema vero non è la durata: è chi si intercetta e con quali garanzie. Il terzo non indagato, quello che finisce in ascolto perché ha chiamato la persona sbagliata, non sa di essere intercettato, non ha alcun rimedio per contestare la misura. Su questo, la legge non ha detto una parola. L’ha detta invece la Corte europea, con la sentenza del 23 maggio 2024 nel caso Contrada c. Italia n. 4 — patrocinato da questo Studio — che ha condannato l’Italia per violazione dell’articolo 8 CEDU. La Corte ha scritto che la legge italiana non contiene garanzie adeguate per proteggere le persone intercettate che, non essendo sospettate né accusate, rimangono estranee al procedimento senza poter ottenere alcun riesame né riparazione. Una lacuna sistemica. Il governo non ha impugnato la sentenza: l’ha accettata in silenzio, assumendosi l’obbligo di eseguirla.

Oggi Melillo chiede il contrario: che le intercettazioni tornino a circolare tra procedimenti diversi, allentando il vincolo dell’articolo 270 c.p.p. Le preoccupazioni investigative sono comprensibili. Ma questa polemica potrebbe essere in gran parte superata se la politica avesse il coraggio di fare ciò che l’Europa già chiede: eseguire la sentenza Contrada c. Italia n. 4, tradurla in legge, dare al cittadino non indagato il diritto di sapere di essere stato intercettato e di contestare quella misura davanti a un giudice. Montesquieu scrisse che la libertà del cittadino è quella tranquillità di spirito che nasce dalla fiducia nella propria sicurezza: se ogni conversazione può essere captata da chi ha il potere di farlo, quella tranquillità non esiste. Scriverlo in legge non è un favore ai garantisti. È un obbligo internazionale.

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