"La mia vita travolta per 8 anni da accuse inesistenti"
Vittima inchiesta Stige, l’ex sindaco Parrilla: “Fu presentata come la più grande operazione antimafia dopo Falcone, un’eresia. Pm innamorato delle proprie tesi”
L’allora Sindaco di Cirò Marina e Presidente della Provincia di Crotone venne arrestato nella Maxi operazione “Stige” per poi essere assolto
È l’8 gennaio del 2018. Nicodemo Parrilla, medico di base a Cirò Marina, alle 4 del mattino è tratto in arresto. Figura nell’elenco dei 169 arrestati nella Maxi operazione “Stige”, condotta dalla Procura della Repubblica di Catanzaro. In quel momento, Parrilla è Sindaco del Comune di Cirò Marina e Presidente della Provincia di Crotone. Dopo oltre 8 anni di calvario, rientra nei 100 imputati, arrestati e assolti! E si racconta a PQM.
Dottore Parrilla, a pochi giorni dalla sentenza che chiude un iter giudiziario durato otto anni – che ha compreso sette mesi di domiciliari e un mese di carcere – la prima domanda è schietta: cosa si prova a essersi liberati da un peso così gravoso?
La risposta sarà altrettanto franca: accanto alla comprensibile gioia per la fine di un incubo, si avverte una profonda amarezza per un sistema Giustizia che, a causa di alcune disfunzioni, finisce per arrecare danni enormi alle persone.
La formula con cui è stato assolto è “perché il fatto non sussiste”, la più ampia prevista dal nostro codice. In questi anni così duri, c’è stato un momento in cui ha perso la speranza nella giustizia italiana?
Vede, ciò che è intollerabile non è essere sottoposti a indagine – soprattutto quando si riveste una carica pubblica e si opera in territori segnati dal malaffare. L’aspetto davvero inaccettabile è che chi rappresenta la pubblica accusa, pur avendo l’obbligo di acquisire anche – e soprattutto – gli elementi a favore dell’indagato, talvolta ometta di farlo. E questo provoca danni incalcolabili a vite, affetti, credibilità, percorsi professionali e carriere politiche. È precisamente ciò che è accaduto a me. Ed è per questo che, in una precedente intervista, ho parlato di PM irresponsabili.
Oltre a questo, cosa ha potuto registrare di specifico nel suo caso?
Che la giustizia, quando procede con i paraocchi, può ferire profondamente. Nel giudizio di primo grado, davanti al Tribunale di Crotone, abbiamo prodotto migliaia di documenti che attestavano la correttezza del mio operato. E, di fronte all’evidenza di quelle prove – che si scontravano con il vuoto dell’attività investigativa, basata solo su migliaia di telefonate, tra le quali neppure una riguardava la mia persona – ero convinto che sarebbe arrivata l’assoluzione. E invece è giunta la condanna a 13 anni di carcere. Un esito devastante.
Oltre alla sofferenza personale e familiare, c’è stato anche un danno politico e professionale irreversibile. Ritiene che vi sia un problema nell’uso della custodia cautelare in Italia?
Ho subìto un danno gravissimo: ho perso molti pazienti e la mia carriera politica è stata interrotta bruscamente. Eppure sono un ottimista, altrimenti non sarei riuscito a sopravvivere a tanta ingiustizia. Ritengo che nulla sia irreversibile, tranne la morte. Mi adopererò affinché chi ha sbagliato risponda del danno arrecato, utilizzando i pochi strumenti che l’ordinamento mette a disposizione. Quanto alla custodia cautelare, ritengo che se ne faccia un uso eccessivo, che di fatto anticipa la pena ben prima della condanna. E credo che ciò avvenga in virtù di un’interpretazione distorta delle esigenze cautelari.
C’è un aspetto del sistema che, a suo avviso, andrebbe riformato con urgenza per evitare casi come il suo?
Certamente. È necessario intervenire affinché ognuno svolga davvero il proprio ruolo. Ho pagato sulla mia pelle il fatto che, dinanzi alle richieste del PM, il GIP non abbia esercitato alcuna valutazione critica. Purtroppo è una prassi diffusa. E, nel mio caso, neppure il Tribunale ha analizzato in modo rigoroso il materiale probatorio offerto dalla difesa. Eppure, quel materiale era lo stesso che la Corte d’Appello ha utilizzato per ribaltare integralmente la decisione di primo grado, assolvendo “perché il fatto non sussiste”. È la dimostrazione di quanto sia indispensabile un giudice equidistante da accusa e difesa, realmente terzo, e di quanto sia necessario che anche i magistrati rispondano dei propri errori, così come ne rispondo io quando, nella mia professione, sbaglio.
Il cuore dell’accusa riguardava presunte irregolarità nell’amministrazione pubblica. Ha riscontrato anomalie nelle indagini?
Sì. Con amarezza abbiamo constatato che nel fascicolo mancava documentazione che avrebbe dimostrato in modo inequivocabile l’infondatezza delle accuse. Tutta la documentazione a mio favore è stata prodotta dai miei avvocati. Mi sono imbattuto in una superficialità difficile da descrivere. Mi si contestavano irregolarità nelle gare che avrebbero favorito le cosche, quando invece era documentalmente provato che ero stato un Sindaco ligio ad adottare procedure trasparenti. Sarebbe bastato acquisire integralmente la documentazione per comprendere che le accuse erano prive di fondamento. E confesso che mi sono chiesto più volte se, senza il mio nome nel “calderone”, avremmo mai visto quei titoloni sulla grande operazione che avrebbe “stroncato” i rapporti mafia-politica.
In che modo questa mancanza ha influito sull’esito iniziale, che l’ha vista in carcere e poi ai domiciliari?
In modo totale. Sarebbe stato sufficiente acquisire i documenti che abbiamo prodotto – comprese le ripetute richieste di intervento alle Forze dell’Ordine – perché non venissi trascinato nell’inchiesta “Stige”, presentata ai media come la più grande operazione antimafia dopo Falcone. Una rappresentazione che, a mio avviso, è un’autentica eresia.
C’è un fatto che più di altri le è rimasto impresso in questa vicenda tanto dolorosa quanto surreale?
Più di uno. Ma il più mortificante è stato l’atteggiamento del pubblico ministero durante l’udienza al Tribunale della Libertà. Dopo le mie dichiarazioni, si rivolse ai giudici invitandoli a non tenerne conto, utilizzando un termine offensivo che rivelava un pregiudizio evidente nei miei confronti. È un fatto grave, che mostra come alcuni PM (per fortuna non tutti) si innamorino delle proprie tesi accusatorie e le sostengano anche contro l’evidenza, senza considerare che si può sbagliare. In quel momento, l’unica mia ancora di salvezza era il giudice: la sua terzietà poteva fare luce sulla correttezza del mio operato. Ecco perché io – insieme a tanti altri – sono la testimonianza vivente della necessità di una riforma che impedisca il ripetersi di simili vicende. Un giudice realmente terzo, che non si appiattisca sulle richieste del PM e che eserciti fino in fondo il proprio ruolo, è la sola garanzia possibile per una Nazione che voglia definirsi veramente civile.
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