Economia
Salari italiani in calo da 35 anni. Perché è l’ora di una nuova politica industriale
Volete occuparvi dei casi limite o dei salari degli italiani? È questa la domanda che la politica dovrebbe rivolgere anzitutto a sé stessa. Quando alza il polverone del gioielliere, o del marocchino a Bologna, sceglie di sottrarre attenzione ai problemi cruciali del Paese. I casi limite non possono diventare l’agenda di una nazione. Quando accade, la politica smette di governare e comincia a recitare. E mentre recita, alimenta divisioni, esaspera gli animi, indebolisce la coesione sociale e lascia senza risposta le questioni che riguardano milioni di lavoratori, centinaia di migliaia di imprese e la crescita economica. La politica non può ridursi a una corrida permanente nella quale si cerca il titolo del giorno. Dovrebbe essere il luogo dove si amministrano gli interessi generali del Paese.
L’esempio più clamoroso è arrivato ancora una volta dal silenzio che ha accompagnato il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Un documento che avrebbe dovuto monopolizzare il confronto politico e che invece è stato relegato ai margini. Eppure certifica un fallimento storico: dal 1990 al 2026 le retribuzioni lorde italiane sono diminuite mediamente del 6%, mentre nelle altre grandi economie industrializzate sono cresciute tra il 15 e il 30%. Non è una statistica. È il certificato di un declino che dura da oltre trent’anni e che nessuno ha affrontato con il coraggio necessario.
I salari non si abbassano per un destino cinico. Seguono la forza competitiva delle imprese. Ed è qui che emerge il vero problema italiano. La progressiva parcellizzazione del sistema produttivo ha ridotto la capacità di innovare, investire, crescere dimensionalmente e presidiare i mercati internazionali. Alla perdita di peso dell’industria si è aggiunta l’espansione di un terziario spesso povero di specializzazione e fortemente stagionale. Se la produttività rallenta, anche i salari inevitabilmente ristagnano. La dimostrazione è sotto gli occhi di tutti. Le nostre imprese che invece operano con successo nei mercati globali, investono in tecnologia, ricerca e organizzazione, pagano salari migliori. Potrebbero crescere ancora se si rafforzasse il legame fra retribuzione, produttività e merito e se la formazione permanente diventasse finalmente una priorità strategica.
E allora basta bonus episodici, slogan e polemiche costruite sui casi estremi. Servono una politica industriale che favorisca crescita e innovazione, un’analisi rigorosa delle filiere produttive, incentivi alla crescita dimensionale delle imprese e investimenti sul capitale umano. Anche le parti sociali devono fare la loro parte: più contrattazione aziendale legata ai risultati, migliore utilizzo dei fondi dello 0,30, analisi condivisa dei fabbisogni professionali e il coraggio di valutare strumenti nuovi, come un fondo contrattuale unico del TFR destinato anche allo sviluppo. Continuare a discutere soltanto dei casi che fanno rumore significa condannare il Paese a non affrontare quelli che lo fanno arretrare.
© Riproduzione riservata





