L'intervista
Morte Fakir, i minuti ‘di nessuno’. L’esperto: “La posizione non basta ad uccidere. E il poliziotto non è un medico”
La morte di Fakir a Bologna durante un intervento di polizia riapre il tema delle tecniche di immobilizzazione e del coordinamento con i soccorsi. David Vagni è ricercatore del CNR dal 2006, laureato in Fisica e Psicologia. Si occupa di ricerca biomedica e intelligenza artificiale. Ha lavorato alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, specializzandosi in sociorobotica. È stato un esperto lottatore di MMA: questa esperienza lo ha spinto a esaminare prese, tempi e rischi dell’operazione.
Vagni, perché ha studiato il caso Fakir?
«Per molti anni ho praticato MMA. Conosco prese e immobilizzazioni. Guardando le immagini mi sono chiesto come si potesse morire in una posizione per me abituale. Ho quindi esaminato linee guida e letteratura scientifica. Non uccide necessariamente una singola presa: può uccidere l’insieme dei cofattori».
Quali fattori possono aver inciso?
«Fakir era in forte agitazione. Non sappiamo se avesse assunto sostanze o avesse patologie. Tachicardia, respirazione accelerata e adrenalina si sono sommate a colluttazione, spray urticante e posizione prona. La causa dovrà essere stabilita dai medici legali».
È stata la posizione a pancia in giù a ucciderlo?
«Da sola non basta. Il rischio nasce quando una persona agitata e affaticata viene immobilizzata a lungo. La gabbia toracica si espande meno, aumenta l’acidosi e il corpo non riesce a compensare respirando. Il cuore lavora sotto una tempesta di adrenalina. L’organismo può entrare in shutdown».
Qual è stato l’errore decisivo?
«Non uno solo, ma una catena: il tempo in posizione prona, il ritardo nella rianimazione, l’addestramento, le procedure e la scelta dei mezzi. Durante una colluttazione la resistenza è considerata il problema. Quando la persona smette di muoversi, si pensa che si sia calmata. Ma il silenzio può significare collasso. Da quel momento la finestra per intervenire si misura in secondi».
Gli agenti potevano riconoscerlo?
«Un poliziotto non è un medico. Può non distinguere una persona calma da una che sta entrando in arresto cardiaco. Se non gli è stato insegnato, non possiamo pretendere una competenza clinica».
Le linee guida non bastano?
«Dicono di mantenere la posizione prona per il minor tempo possibile. Ma significa trenta secondi, due minuti o cinque? E quale tecnica alternativa usare? Una raccomandazione generica lascia l’operatore solo. In Inghilterra la contenzione prona programmata va evitata e la persona riposizionata entro tre minuti. Da noi manca un limite operativo preciso».
Che cosa sono i «minuti di nessuno»?
«Quelli in cui la situazione è già troppo clinica per la polizia, ma ancora troppo pericolosa per i sanitari. Gli agenti non hanno competenze mediche; i soccorritori non possono avvicinarsi finché la persona non è immobilizzata. Quando la scena diventa sicura, il paziente può essere già nella fase letale».

Eppure c’erano quattro soccorritori.
«Erano volontari e, secondo quanto riferito, non c’erano né medico né infermiere. Non potevano toccare Fakir finché era considerato pericoloso. C’erano sei operatori, ma nessuno aveva tutte le competenze necessarie. E poi: se la centrale sapeva che si trattava di una grave crisi psichiatrica, perché inviare un’ambulanza di base? A Bologna soltanto il 15 per cento delle ambulanze ha un medico a bordo e oltre la metà opera con soli volontari: mandare un mezzo di base rischia di essere la regola, non l’eccezione».
Perché nessuno ha compreso subito la gravità?
«È la diffusione della responsabilità: ciascuno pensa che la situazione sia sotto il controllo di qualcun altro. Se gli altri appaiono tranquilli, si conclude che non stia accadendo nulla di irreparabile. Spiegare non significa giustificare».
Che cosa manca nelle procedure?
«Tempi definiti, tecniche alternative, segnali clinici da riconoscere e un comando chiaro tra polizia e sanità. Le tecniche devono diventare memoria muscolare con esercitazioni frequenti, non essere mostrate una volta ogni cinque anni».
Quale modello propone?
«Nelle grandi città servirebbero squadre miste di agenti, medici e sanitari preparati alle emergenze psichiatriche».
Che cosa dovrà accertare l’inchiesta?
«Lo stato di salute di Fakir, l’eventuale assunzione di sostanze, la durata delle prese, l’effetto dello spray, i tempi dell’ammanettamento e della rianimazione. E perché siano stati inviati quegli operatori e quel tipo di ambulanza».
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