Al Pilastro di Bologna un uomo di 42 anni, Abderrahim Fakir, è morto mentre due agenti lo immobilizzavano a terra. C’è un video, c’è un’autopsia disposta, c’è un fascicolo aperto. E ci sono già, puntualissime, due sentenze: quella del partito del morto, che ha scritto “omicidio di Stato” sullo striscione prima ancora che il medico legale iniziasse il suo lavoro, e quella del partito della polizia, che ha già archiviato tutto come intervento professionale. La politica, prevedibilmente, si è distribuita tra le due curve, attizzando un termometro nazionale già alto.

In mezzo ci sarebbe il diritto, che argomenta secondo ragione e non secondo passione. La Procura ha iscritto sei persone nel registro delle annotazioni preliminari: atto dovuto, non condanna. Serve a cercare la verità, non ad anticiparla. E la verità si cerca in silenzio, possibilmente anche senza comunicati stampa, che nulla aggiungono all’accertamento e qualcosa tolgono alla serenità di chi indaga.

Quanto a chi ha lanciato bombe carta e pietre contro gli agenti per “chiedere giustizia”, con undici feriti e auto in fiamme mentre la famiglia di Fakir si dissociava invocando calma: la giustizia non si pretende a sassate, si ottiene nelle aule.

Il garantismo, se è una cosa seria, vale per tutti: per il morto, che ha diritto a una verità e non a una bandiera; e per i due poliziotti, che hanno diritto alla presunzione di innocenza come ogni cittadino. Manzoni, nella Storia della colonna infame, raccontò cosa accade quando la folla trova i colpevoli prima dei giudici: li trova sempre, e sempre prima delle prove. L’autopsia dirà. Fino ad allora, l’unica posizione davvero civile è la più impopolare: aspettare.

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