Domenica, all’ora di pranzo, Abderrahim Fakir, quarantaduenne di origine marocchina, è morto al Pilastro di Bologna al culmine di un intervento di polizia: segnalato dai residenti in stato di escandescenza, è stato contenuto a terra e ammanettato da due agenti, alla presenza dei sanitari del 118 nel frattempo accorsi. Comunque siano andate le cose, resta un fatto tragico: un uomo è morto durante un’operazione condotta in nome dello Stato, e la città ha il diritto di sapere perché.

Come è stato ucciso Abderrahim Fakir

Gli strumenti per saperlo ci sono tutti: le bodycam degli agenti sono già nelle mani della Procura, l’autopsia è stata disposta, e i due poliziotti con i quattro operatori sanitari risultano iscritti non nel registro degli indagati ma nel nuovo registro riservato ai casi in cui appare configurabile una scriminante — una valutazione provvisoria, non un’assoluzione, che l’esame autoptico potrà confermare o ribaltare.

L’errore

È in questo quadro, a meno di ventiquattro ore dalla morte e prima di qualunque accertamento, che il sindaco Lepore ha convocato per lunedì una manifestazione all’insegna di “verità e giustizia”. Ed è qui che l’istituzione ha sbagliato. Non perché quelle due parole siano illegittime, ma perché erano premature. La verità è esattamente ciò che nessuno possiede ancora, e invocarla in piazza prima che parlino i periti significa suggerire che esista già una verità negata da qualcuno. Un sindaco, poi, non è un comitato: è il sindaco di tutti: del morto e della sua famiglia, ma anche dei due agenti e dei quattro sanitari il cui operato è sotto esame, e che fino a prova contraria hanno fatto il loro dovere. E un sindaco di Bologna conosce la propria città: sa che è una piazza di ordine pubblico delicata, sa cosa è il Pilastro, sa quali ambienti si sarebbero saldati al corteo. La degenerazione era largamente prevedibile, e prevista: lancio di oggetti contro le forze dell’ordine, decini di bici elettriche pubbliche danneggiate, auto in fiamme, vetrine rotte, cartelli stradali diventi, lacrimogeni, idrante.

Il confine delle responsabilità

Sia chiaro il confine delle responsabilità, perché la precisione qui è tutto: della violenza rispondono per intero coloro che l’hanno scelta, e nessuna imprudenza altrui la attenua. Quella del sindaco è una responsabilità diversa, politica e istituzionale: avere offerto una cornice ufficiale a una piazza che era prevedibile sfuggisse di mano, nel momento in cui l’istituzione cittadina avrebbe dovuto fare l’esatto contrario: raffreddare, garantire, attendere.
Le alternative non mancavano, ed erano tutte migliori. Proclamare il lutto cittadino. Incontrare la famiglia Fakir e portarle la vicinanza della città. Parlare ai bolognesi con un discorso pubblico che chiedesse rigore assoluto negli accertamenti e fiducia nella magistratura, che quegli accertamenti ha già avviato con trasparenza.

Bologna aveva bisogno di silenzio

Il cardinale Zuppi ha indicato la linea con sette parole: non strumentalizzare, per nessun motivo. Era la postura istituzionale esatta, e non richiedeva cortei. Perché il punto non è che a Bologna non si debba manifestare: è il momento a essere sbagliato, non il diritto, e una piazza convocata ad accertamenti conclusi, qualunque cosa dicano, avrebbe avuto la forza dei fatti invece che quella del sospetto. Vale, per coerenza, anche nella direzione opposta: chi in queste ore ha già assolto tutti, proclamando la correttezza dell’intervento prima dell’autopsia, commette lo stesso errore con segno contrario. Le istituzioni, tutte, dovrebbero riscoprire la forza del dire: aspettiamo di sapere. Bologna aveva bisogno di silenzio operoso e di rigore, non di verdetti anticipati in piazza o in conferenza stampa. La verità e la giustizia che tutti invocano hanno un solo luogo dove nascere: gli atti dell’inchiesta. Tutto il resto, per ora, è rumore, che lunedì ha già fatto i suoi danni.