Nel giorno in cui una certa sinistra, oggi impettita e ieri barricadera, provava con un’ipocrisia dalla difficile comparazione a riscrivere la storia del G8 di Genova, Bologna veniva messa a ferro e fuoco dagli eredi politici dei teppisti del 2001. La musica è sempre la stessa e il volto fasullo è quello del vittimismo a comando. I nuovi volti social della sinistra, nati dopo i fatti di Genova o troppi giovani per rammentarsene, con un unico copione hanno provato a riscrivere una vicenda su cui una certa sinistra antisistema ha speculato per anni. Persino alcuni tentativi di santificare figure che, nonostante il tragico destino, non possono e non devono essere né riabilitate né trasformate in ciò che non erano. Perché se dopo vent’anni non si riesce ad avere l’equilibrio di giudicare con oggettività quanto accadde allora, è inutile sperare che si possa raggiungere qualche risultato sull’oggi.

Eppure, indomiti seguitano sul sentiero della falsificazione storica e giudiziaria. Sono state create negli anni successivi parole assolutorie che lasciano il tempo che trovano e nulla hanno a che vedere con quanto avvenne realmente. Chi stava dalla parte giusta allora difendeva lo Stato; chi assaltava le forze dell’ordine ieri come oggi si pone contro lo Stato, contro le istituzioni con atteggiamenti violenti e non può essere né giustificato né legittimato. Eppure spesso chi dovrebbe difendere le istituzioni, per pura ideologia, dimentica che ci sono limiti e confini comportamentali che non possono mai essere oltrepassati.

Quanto successo a Bologna dopo la morte del quarantaduenne marocchino Fakir Abderrahim ne è l’esempio. Fakir è morto in seguito a un intervento di polizia resosi necessario in seguito a suoi comportamenti definiti alterati e pericolosi. Sarà la magistratura ad accertare eventuali responsabilità e ricostruire i fatti. Intanto però il coro anti-forze dell’ordine ha subito montato la protesta, mettendo a ferro e fuoco Bologna, tentando l’assalto alla Questura e provocando danni che sarà la collettività a pagare.

Nessuno può con certezza stabilire ad oggi la verità: può darsi che si sia trattato di un tragico incidente, ma questo non può in nessun modo offuscare la professionalità degli agenti e la correttezza delle procedure, messe in dubbio da chi in verità non ha nessuna conoscenza dei fatti. Oppure dalla ormai nota sorella di Fakim, che ha addirittura dichiarato che non si darà pace “finché mio fratello non sarà vendicato”. Parole gravi, perché vendetta non vuol dire giustizia: o in nome della supposta integrazione vogliamo anche archiviare secoli di diritto penale ritornando, qui sì, alla legge del taglione? La giustizia non può essere confusa con la vendetta, eppure nessuno ha sottolineato queste parole.

Mentre tutto bolle in pentola, i violenti — i veri nemici dello Stato — hanno colto l’occasione per devastare Bologna, per scendere in piazza con slogan contro la Polizia e contro quello scudo penale che è scattato non solo per i due agenti coinvolti, ma anche per i quattro operatori del 118. Scellerata è stata la scelta del Sindaco Lepore di chiamare la piazza alla protesta (con finalità pacifiche), sapendo bene cosa ne sarebbe scaturito in un contesto come quello bolognese. Le opposizioni ne chiedono le dimissioni ed è stata avviata persino una petizione per irrobustire questa richiesta politica. Lepore dal canto suo non ammette l’errore.

Anche questa volta si è scelto a sinistra di strumentalizzare la vicenda, pensando di poter utilizzare Fakim come il George Floyd italiano da scagliare contro il governo e la polizia. Un tentativo che ha trovato un muro compatto da parte di quella maggioranza silenziosa che rifiuta di farsi trascinare in campagne propagandistiche con il solo obiettivo di colpevolizzare chi ogni giorno serve questo Paese e i suoi cittadini. Se responsabilità saranno ravvisate lo dirà la magistratura, ma nessuno può mettere a ferro e fuoco una città al grido di “giustizia”. Perché la nostra civiltà giuridica ha da tempo demarcato la differenza tra la giustizia e la vendetta: tra chi ha il potere e la responsabilità di fare giustizia, e chi ha solo la possibilità di chiederla secondo i canoni di quella civiltà che garantisce i nostri diritti.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.