Cronache
Fakir e la morte al Pilastro di Bologna: la maledizione storica del quartiere
Il Pilastro torna al (di)sonore delle cronache come se quel quartiere modello della Bologna già capitale del Comunismo di Occidente dovesse scontare una maledizione. Il Pilastro fu costruito a metà degli anni ’60 per soddisfare la domanda di alloggi generata dall’immigrazione degli anni ’50 e ’60, e venne ritenuto a lungo un esempio di edilizia pubblica più qualificata di quella che circondava (i c.d. quartieri dormitorio) le città con significativi insediamenti industriali. Il quartiere non è privo di servizi sociali, di aree verdi e di iniziative culturali. Ovviamente il Pilastro ha subìto gli effetti dell’immigrazione straniera, ma senza dare luogo a momenti di contrasto. Il Pilastro fu teatro di uno dei più gravi delitti della banda della Uno bianca dove persero la vita, in una imboscata, tre giovani carabinieri. Durante la campagna elettorale del 2020, al Pilastro avvenne il celebre episodio della “citofonata” in diretta televisiva che non portò bene a Matteo Salvini.
Ora del quartiere – che è stato soggetto di film e documentari – si è tornati a parlare in apertura dei tg per la morte di Abderrahim Fakir, un uomo deceduto dopo essere stato ammanettato dalla polizia durante un intervento. La scena è stata immortalata dagli smartphone di coloro che assistevano; le immagini hanno fatto il giro del mondo alla stregua di analoghi eventi avvenuti Oltreoceano ad opera della polizia e dall’organizzazione famigerata dell’Ice. Poi, da noi, tutto finisce in politica, che nella vicenda del Pilastro si è divisa come sul caso Roggero: la destra con gli uomini in divisa; la sinistra con la protesta popolare, per iniziativa del sindaco Matteo Lepore. Peraltro, in questi giorni si celebrano – come se fosse stato un altro 25 Aprile – le radiose giornate dell’insurrezione contro il G8 di Genova, dove trovò la morte Carlo Giuliani per mano di un carabiniere che – come accertò la giustizia – si difese legittimamente. Quelle giornate sono state ricordate da tanti sepolcri imbiancati della sinistra, che hanno invaso l’editoria con saggi evocativi di un eroismo perduto nella lotta contro i nemici dell’umanità: la globalizzazione, il mercato, la società aperta, le istituzioni rappresentative.
Ormai anche le sentenze si fanno influenzare da idee di parte. Poco prima che la Cassazione, il 15 luglio, rendesse definitiva la sentenza di Roggero, il 13 luglio, la Corte d’Assise di Arezzo aveva assolto – riconoscendone la totale incapacità di intendere e di volere al momento dei fatti – Giuseppina Martin, 67 anni, rea confessa di aver ucciso, strangolandola nel sonno, la madre novantatreenne Mirella Del Puglia, gravemente malata di Alzheimer. Secondo le anticipazioni delle motivazioni della sentenza, alla figlia sarebbe stato riconosciuto uno stress da assistenza durata ben 13 anni. Così, se la grazia a Roggero potrebbe essere una sorta di legittimazione della vendetta personale (cara alla destra), l’assoluzione di Martin non potrebbe divenire una licenza, per i caregiver, all’eutanasia fai da te (cara alla sinistra).
© Riproduzione riservata





