In Italia la legittima difesa è da trent’anni un derby ideologico: da una parte chi evoca il far west, dall’altra chi denuncia uno Stato che tutela più l’aggressore che l’aggredito. Intanto i tribunali producono esiti da lotteria: il tabaccaio Petrali, che nel 2003 sparò a rapinatori in fuga, fu assolto; il gioielliere Roggero, per una dinamica pressoché analoga, ha avuto quattordici anni e nove mesi. Qualunque cosa si pensi dei due casi, un sistema che dà risposte opposte a fatti simili ha un problema di metodo da risolvere. Eppure, a un’ora di volo, esiste da oltre un secolo un modello collaudato che il nostro dibattito ignora: quello tedesco.

Legittima difesa, il modello tedesco

Il codice penale tedesco, al paragrafo 32, non richiede la proporzionalità tra il danno inflitto e quello minacciato: richiede solo la necessità. La giurisprudenza federale ne ha tratto un principio che da noi suonerebbe rivoluzionario ed è invece normalità a poche centinaia di chilometri da noi: chi si difende non è tenuto ad accettare un confronto fisico a esito incerto, e tra i mezzi disponibili può scegliere quello che pone fine all’aggressione in modo sicuro e definitivo, ripiegando su un mezzo più mite solo se altrettanto efficace. Il fondamento è una massima ottocentesca: “Il diritto non deve cedere al torto”. Chi si difende non tutela solo sé stesso; riafferma l’ordinamento violato, e lo Stato (tedesco) sta dalla sua parte. Il paragrafo 33 completa l’edificio giuridico: chi eccede i limiti della difesa per paura, confusione o spavento non è punito. Non attenuato: non punito. È il nostro “grave turbamento” del 2019 (stato di alterazione psichica pienamente riconosciuto dalle neuroscienze come “reazione acuta da stress” e “distress e dissociazione peritraumatica”), ma generale invece che confinato al domicilio, e con esito di piena impunità invece che di incerta clemenza della corte. Persino il recupero del maltolto è codificato: il possessore può riprendersi con la forza il bene dal ladro colto sul fatto o inseguito nell’immediatezza (il nostro concetto di flagranza di reato).

Legittima difesa, cosa cambiare

Cosa importare, dunque? Tre cose precise. Primo: estendere il grave turbamento a ogni contesto, non solo alle mura domestiche (la paura di chi subisce una rapina in strada non è meno reale di quella di chi la subisce in salotto). Secondo: scrivere nella legge il criterio tedesco del margine di sicurezza, per cui all’aggredito non si può chiedere di rischiare la vita scegliendo il mezzo più blando quando la sua efficacia è dubbia. Terzo: allineare il processo civile al penale. Oggi si può essere assolti penalmente per legittima difesa e condannati ugualmente a risarcire i congiunti dell’aggressore: nel penale è l’accusa a dover escludere la scriminante, nel civile è l’aggredito a doverla provare, e lo stesso dubbio che nel primo processo assolve, nel secondo condanna. Chi è stato riconosciuto vittima in un’aula non dovrebbe tornare imputato in un’altra, e anche il recentissimo ddl del 14 luglio copre alcune categorie ma lascia intatta la regola generale.

L’onestà impone di importare anche i contrappesi, che rendono il modello credibile anziché propagandistico. La dottrina tedesca esclude la difesa in caso di sproporzione palese: nessuno può sparare al ragazzino che ruba frutta. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo vieta comunque la forza deliberatamente letale a tutela del solo patrimonio, e il vincolo vale anche a Berlino. Ma proprio qui sta l’argomento decisivo: la Germania non è il Texas. È una democrazia garantista, con una Corte costituzionale severa e una cultura giuridica che nessuno può accusare di giustizialismo da frontiera. Se lì il principio che il diritto non deve cedere al torto sussiste da centocinquant’anni, l’obiezione italiana per cui ogni rafforzamento della difesa privata sarebbe l’anticamera della barbarie perde il suo fondamento. La domanda smette di essere se una riforma simile sia possibile, e diventa perché il nostro dibattito pubblico preferisca lo scontro ideologico a una soluzione tecnica che l’Europa ha già scritto, collaudato e temperato.