Così sono state spento le luci
La politica (trovato il colpevole) chiude il caso Moretti: ecco il costo della giustizia che pesa sul nostro Paese
Era il 29 giugno 2009, 17 anni fa. Tanto tempo è passato tra la tragedia e la definitiva amministrazione della giustizia, che si è consumata il 25 giugno 2026. Il “rogo di Viareggio” ha finalmente i suoi colpevoli. Giustizia è fatta. È fatta? Ho preferito aggiungere qualche giorno – dopo 17 anni, che cosa cambia un giorno in più o in meno? – alla riflessione, per sottrarla, se possibile, all’emozione e al turbamento che mi hanno travolto alla notizia, ormai attesa, del carcere per Mauro Moretti. Ercole Incalza in questi giorni, su queste colonne, ha evocato Barabba. E non ha sbagliato. Difficile sottrarsi alla convinzione che il giudizio sia stato piegato alle “esigenze” della piazza. Difficile immaginare che la Giustizia – quella con la G maiuscola – potesse accettare di non trovare un colpevole di fronte a 32 vittime. Ci ha impiegato 17 anni, ma alla fine ecco il capro espiatorio, il colpevole che consente di superare la crisi sociale scatenata da una tragedia che non poteva restare senza responsabili.
Il cedimento dell’assile del vagone carico di gas liquido infiammabilissimo si è verificato per un omesso controllo. E l’omesso controllo è colpa di chi ha definito un’organizzazione aziendale negligente che ha messo a rischio la vita delle persone. Un sillogismo perfetto. Ma si sa che i sillogismi sono l’anticamera dell’irrazionalità, basta porre le premesse sbagliate per giustificare qualunque cosa. Ho avuto l’occasione e il privilegio di conoscere Mauro Moretti, un manager che ha raggiunto obiettivi aziendali di altissimo prestigio: brutto carattere, come capita spesso a chi ha carattere, impegno politico e schieramento ideologico esplicito, che lo ha reso ancora più antipatico, sia a chi era della sua parte – il manager di successo è spesso avvertito come un avversario, se non come un nemico, per chi milita nella sinistra – sia a chi era sul fronte opposto, in un Paese che non sa rinunciare all’eterno conflitto tra guelfi e ghibellini, tra destra e sinistra. Il pragmatismo manageriale di un uomo di sinistra è stato visto come tradimento dalla sinistra e dalla destra come un’usurpazione di ruoli pubblici in chi cerca di piazzare i propri “grand commis” (come se un manager potesse avere colore, oltre a quello che determina con il bilancio).
Il “caso Moretti”, in un Paese normale, dovrebbe cadere come un macigno nell’agenda politica di chi governa e di chi fa opposizione: si dovrebbe porre un problema che riguarda l’amministrazione della giustizia e un conseguente problema che attiene agli investimenti stranieri in Italia. Il nodo della giustizia in Italia non si scioglie a colpi di referendum, a prescindere da chi vince e da chi perde. Si risolve solo facendo una grande riforma, che non riguarda solo la separazione delle carriere, ma la responsabilità civile dei magistrati, e il principio positivo della certezza del diritto. Bisogna sottrarre le sentenze alla discrezionalità irresponsabile, quella che non deve giustificare e non deve pagare per errori, omissioni e tentazioni populiste. C’è un populismo della giustizia che somiglia a quel populismo della politica che tanto spesso e giustamente ci indigna. Vellicare i sentimenti della piazza può avere un senso – anche se moralmente esecrabile – per chi vive di consenso e di voti; ma non ha motivo di esistere per chi deve essere solo “giudice”, terzo, separato.
La politica invece ha spento le luci. Sul “caso Moretti” ha lasciato la parola al dolore dei familiari delle vittime, senza accettare di affrontare il problema della responsabilità dei manager, problema che si porta dietro l’altra questione: gli investimenti stranieri in Italia. C’è un “costo” della giustizia che pesa sullo sviluppo del Paese. Il peso della lentezza dei giudizi, che suggerisce a chi ha capitali da investire di dirigersi altrove; e il peso di giudizi scivolosi, dove il sentimento pre-politico prevale sulla certezza del diritto. Quando è la piazza a suggerire le scelte, la giustizia esce sconfitta, sempre. E dove non c’è giustizia non c’è presente né futuro economico. Dovrebbero essere questioni care sia a chi governa, sia a chi ambisce a governare. E invece prevale la banalità più squallida: “Tanto alla sua età Moretti non farà la galera, lo manderanno ai domiciliari, e allora perché prendere posizione?”.
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