Incontriamo il deputato Pd Roberto Morassut, che ragioni da sempre al di fuori delle correnti, per capire come deve porsi il Nazareno, a suo avviso, verso i movimenti centristi.

La crisi del sovranismo apre lo spazio per un’Alleanza costituzionale e repubblicana oltre il campo largo?
«La maggioranza vive il momento più difficile dall’inizio della legislatura. Mai come oggi l’Italia appare senza una linea chiara di politica estera, sia verso l’Europa sia verso gli Stati Uniti. Meloni ha puntato tutto sul rapporto con Trump senza valutarne i rischi. Sul piano interno il fenomeno Vannacci mostra una destra radicalizzata che crea imbarazzo a Fratelli d’Italia. Anche loro hanno un problema di alleanze. Il referendum ha dimostrato che esiste nel Paese una sensibilità costituzionale e repubblicana più ampia del campo largo. Bisogna costruire un’Alleanza costituzionale e repubblicana che unisca le opposizioni attorno a pochi punti programmatici per un Paese più giusto».

Il Pd dovrebbe cercare un’intesa stabile anche con liberali, riformisti e centristi?
«È indispensabile, anche per ragioni numeriche. Ma non è solo matematica. Nessuno può assumersi la responsabilità di favorire una nuova vittoria della destra, per di più con Vannacci dentro la coalizione. Ritengo che, prima o dopo il voto, Vannacci finirà nell’orbita della maggioranza. Chi dividerà le opposizioni dovrà assumersene la responsabilità».

Cosa pensa dell’addio di Picierno al partito?
«Quando qualcuno lascia il Pd non è mai una buona notizia. Nello stesso tempo dico che in un partito come il Pd, plurale e fatto di diverse culture politiche, le battaglia si fanno dentro. Anche in minoranza. A me è capitato spesso».

Che giudizio dà del progetto civico centrista promosso da Bettini e Onorato?
«Onorato sta lavorando a un soggetto civico chiaramente collocato nel centrosinistra. Sindaci e amministratori portano energie, consenso e radicamento territoriale. Una coalizione vincente non può essere composta solo dai partiti. Se vogliamo battere una destra che si radicalizza e si allontana dall’Europa, servono tutte le forze disponibili. Non per costruire una trincea, ma un progetto riformatore e costituzionale».

La nuova legge elettorale va fermata in Parlamento o serve una mobilitazione nel Paese?
«Entrambe le cose. Le grandi battaglie si fanno nel Parlamento e nel Paese. Questa legge presenta forti profili di incostituzionalità. È un Porcellum rafforzato. Un conto è un premio di maggioranza, un altro è la dittatura della maggioranza contro cui metteva in guardia Tocqueville. Serve una mobilitazione larga, senza gelosie e senza primati, capace di coinvolgere partiti, associazioni e cultura democratica. E serve un ritorno alle preferenze, ulteriore leva di mobilitazione di un elettorato che non si sente rappresentato».

Perché il modello francese sarebbe preferibile alla riforma proposta dal centrodestra?
«So di essere in minoranza, ma il tema della stabilità non può essere lasciato alla destra. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto un Parlamento indebolito, governi forti ma instabili e un Presidente della Repubblica sempre più protagonista. Forse è meglio dare una forma costituzionale a ciò che già esiste. Questa riforma però non passerà così com’è. Sarebbe più utile fermarsi e riprendere il confronto nella prossima legislatura».

Una patrimoniale sui grandi patrimoni è ancora una proposta sostenibile e comprensibile per gli italiani?
«La parola patrimoniale viene demonizzata. Io condivido l’impostazione di Oxfam: un contributo temporaneo tra l’1 e il 3% sui patrimoni superiori a 5,5 milioni per finanziare riforme sociali. L’argomento della fuga dei capitali è largamente esagerato. I sondaggi dimostrano che una misura ben spiegata è popolare. Il centrosinistra dovrebbe avere una linea riformatrice sulle istituzioni e una linea chiaramente sociale sull’economia».

Elly Schlein deve passare dalle primarie per consolidare davvero la sua leadership?
«Penso di sì. Ha fatto un lavoro importante per tenere unita la coalizione. Ma la legittimazione popolare la renderebbe più forte. Servono però alcune condizioni: un Pd unito sul suo nome, regole chiare e l’impegno di tutti a sostenere chi vince. Le primarie non dividono: possono diventare un grande motore di mobilitazione politica».

Serve una forza politica che riporti il garantismo al centro della cultura della sinistra?
«Il garantismo è già presente in modo trasversale nella sinistra, ma va ripensato fuori dalle campagne elettorali. Deve essere universale, non limitato alle élite. Mi interessa il garantismo per chi non ha strumenti per difendersi. Vale anche nei rapporti tra Stato e cittadini, penso ad esempio ad alcune pratiche vessatorie della riscossione. È una discussione che andrebbe riaperta».

È stato un errore del Pd astenersi sulla legge per Roma Capitale?
«Non nascondo che mi sia dispiaciuto. Le ragioni dell’astensione esistono, ma Roma ha bisogno di quella riforma. Il Pd dovrebbe dire con chiarezza: se il governo presenterà la legge sulle risorse, noi voteremo la riforma. Roma Capitale appartiene alla storia del centrosinistra e porta i nomi di Berlinguer, Craxi, Andreotti, Petroselli. Trattarla come una questione municipale sarebbe un errore. Roma è una capitale democratica e merita uno status adeguato».

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.