Nella storia della Repubblica esistono pochissimi momenti in cui un leader italiano ha avuto il coraggio di guardare negli occhi gli Stati Uniti e rivendicare senza tentennamenti la sovranità nazionale. Il simbolo di quella stagione resta Sigonella. Era il 1985 e Bettino Craxi dimostrò che si poteva essere alleati fedeli dell’America senza essere subordinati. Fu un gesto politico enorme, destinato a entrare nella storia della Repubblica. Dopo di lui, l’Italia ha conosciuto un’altra stagione di grande prestigio internazionale: quella di Silvio Berlusconi. Ma la sua fu una leadership diversa. Non di contrapposizione. Non di scontro. Bensì di mediazione. Il vertice di Pratica di Mare rappresentò probabilmente il punto più alto della diplomazia italiana degli ultimi trent’anni: l’Italia come ponte tra mondi diversi, come luogo di dialogo, come protagonista capace di favorire accordi invece che alimentare divisioni. Poi, però, qualcosa si è rotto. La politica italiana si è progressivamente riempita di leader che parlavano molto e decidevano poco. Di uomini e donne capaci di commentare gli eventi ma non di influenzarli. Di figure spesso più preoccupate della propria sopravvivenza politica che del peso internazionale dell’Italia. Oggi, nel pieno di una delle fasi più complicate dal dopoguerra, emerge invece una realtà difficilmente contestabile: l’unica vera figura centrale della politica italiana è Giorgia Meloni. Piaccia o non piaccia. La premier si trova contemporaneamente a svolgere il ruolo di presidente del Consiglio, leader della maggioranza, guida del centrodestra e, molto spesso, persino quello di vero ministro degli Esteri. Perché la verità è che la politica estera italiana oggi porta quasi esclusivamente la sua firma.

Tajani ministro senza visione, Salvini in logoramento

Antonio Tajani continua a occupare formalmente la Farnesina, ma appare sempre più come un ministro senza una visione autonoma e senza una reale capacità di incidere sugli equilibri politici del Paese. Non lascia un’impronta, non detta una linea, non costruisce una prospettiva. Amministra. Accompagna. Presenzia. Ma la politica estera italiana viene percepita all’estero come quella di Giorgia Meloni, non certo come quella di Tajani. Matteo Salvini continua a rappresentare una parte importante dell’elettorato, ma è evidente come la sua leadership stia vivendo una fase di logoramento interno. Le battaglie che un tempo monopolizzavano il dibattito pubblico oggi non producono più lo stesso effetto e il suo peso nella definizione della linea strategica del governo appare notevolmente ridimensionato. Roberto Vannacci è diventato un fenomeno editoriale, culturale e politico. Ma dopo aver ripetuto per mesi gli stessi concetti, il rischio di trasformarsi in una fotografia immobile è sempre più evidente. La denuncia permanente può conquistare consenso, ma governare un Paese richiede qualcosa di diverso: visione, relazioni internazionali, capacità di sintesi e costruzione.

Fa tutto Meloni

Nel frattempo Giorgia Meloni tratta con Washington, dialoga con Bruxelles, si confronta con le cancellerie europee, gestisce le crisi internazionali, affronta il tema dell’immigrazione, dell’energia, della sicurezza e della difesa occidentale. E soprattutto lo fa da protagonista. Non siamo a Sigonella. I tempi sono diversi e i rapporti internazionali sono infinitamente più complessi. Ma esiste un elemento che accomuna i grandi leader della storia repubblicana: la capacità di rappresentare l’Italia senza complessi di inferiorità. Craxi lo fece con la fermezza. Berlusconi lo fece con la mediazione. Meloni lo sta facendo con una combinazione di pragmatismo, determinazione e autorevolezza che oggi nessun altro leader italiano sembra possedere. Per questo il punto politico non è se la si voti oppure no. Il punto è riconoscere la realtà. In una stagione caratterizzata da comprimari, tatticismi e leadership spesso fragili, l’unica figura che appare in grado di reggere il peso della politica nazionale e internazionale è quella della premier. Dopo Sigonella e dopo Pratica di Mare, l’Italia sembra aver ritrovato una guida capace di sedersi ai tavoli che contano senza abbassare lo sguardo.