Esteri
Pace Usa-Iran, perché la riapertura di Hormuz non basta a fermare la crisi
Il memorandum in quattordici punti firmato il 19 giugno da Washington e Teheran ha certamente un pregio che si misura in tempo reale: il prezzo del greggio, spinto dalla crisi oltre i cento dollari al barile, è già arretrato, grazie all’intesa sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma scambiare la riapertura dello stretto per la rimozione delle cause del conflitto sarebbe un errore di lettura. L’accordo è bilaterale, eppure pretende di chiudere una guerra che bilaterale non è mai stata. La formula usata dalla bozza del memorandum (“su tutti i fronti”) lascia impregiudicato se esso si tradurrà in un disimpegno dei partner regionali di Teheran: né gli Houthi né le milizie irachene si sono pronunciati sul testo. Israele, escluso dal tavolo, ha già fatto sapere che proseguirà le operazioni contro le forze filo-iraniane, Hezbollah compreso. Gaza, da cui è partito tutto, non è nemmeno menzionata.
La frenesia con cui Trump cerca un accordo potrebbe tradursi in un boomerang. Riaprire Hormuz senza toccare i fattori determinanti dell’instabilità rischia di spostare la tensione verso un altro grande imbuto del commercio mondiale, quello su cui pesa l’incognita più seria: lo Stretto di Bab al-Mandab, dove imperversano gli Houthi.
Sono loro il vero banco di prova dell’accordo, e sono anche quelli che hanno meno motivi di rispettarlo. Mantengono autonomia operativa: la loro campagna nel Mar Rosso si è storicamente sincronizzata con i cicli di escalation regionale, ma risponde a una dottrina condizionata in cui il Mar Rosso è una valvola di pressione a basso costo e alta visibilità. Teheran può chiudere un fronte negoziale, non spegnere un alleato per decreto.
Il movimento ha dimostrato di sopravvivere a colpi che avrebbero piegato qualsiasi altra organizzazione gerarchica. Tra agosto e ottobre 2025 raid israeliani hanno ucciso il primo ministro Houthi, una dozzina di membri del gabinetto e il capo di stato maggiore, ma il sistema non è collassato. Gli Houthi hanno un’architettura distribuita, fatta per assorbire le decapitazioni, e dunque difficile da disinnescare con un singolo foglio firmato.
Riaprire Hormuz senza neutralizzare questo attore non risolve nulla: sposta il punto di rottura verso Bab al-Mandab, la porta del Mar Rosso e del Canale di Suez. Ed è una distinzione decisiva, perché i due stretti non servono gli stessi clienti. Hormuz è il rubinetto da cui il Golfo esce; Bab al-Mandab è il corridoio attraverso cui quelle merci raggiungono l’Europa e, soprattutto, l’Africa. E la minaccia non è ipotetica: già nel giugno 2025 i transiti attraverso Bab al-Mandab erano caduti a un minimo storico, in calo del 65% rispetto al 2023. Per l’Europa il conto è un disagio costoso ma assorbibile: la rotta del Capo di Buona Speranza aggiunge dieci-quattordici giorni e fino a 1,8 milioni di dollari di carburante per viaggio.
Per l’Africa, no. Qui lo spostamento del rischio diventa una questione di sopravvivenza, e la ragione è proprio Bab al-Mandab, dove convergono due filiere distinte. Da nord arrivano i fertilizzanti del Golfo, che escono sì da Hormuz – un terzo del commercio marittimo mondiale di fertilizzanti vi transita, e dalla regione origina il 46% del commercio globale di urea – ma per raggiungere i porti africani devono poi imboccare il Mar Rosso. Da ovest arriva il grano del Mar Nero, che a Hormuz non passa affatto eppure finisce nello stesso collo di bottiglia. È lì che gli Houthi possono interrompere entrambi i flussi. E quando il fertilizzante non arriva gli effetti si trasmettono ai raccolti successivi, e colpiscono soprattutto i Paesi importatori già in insicurezza alimentare acuta. Per molti di essi non c’è alternativa, perché tutto passa di lì: Gibuti e Somalia dipendono interamente dal grano importato; Kenya e Sudan ne importano l’86 e il 77%, quasi tutto via Mar Rosso. E la pressione non resta confinata: l’insicurezza alimentare nel Sahel si è storicamente tradotta in migrazioni transfrontaliere e in più spazio per le reti armate e criminali. Il vero banco di prova della pace, dunque, non è se Hormuz riapra, ma se gli Houthi accettino una tregua che nessuno ha firmato con loro e che solo Teheran, se è in buona fede, può imporre loro.
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