Prima di trasformarsi in uno dei dossier più esplosivi della geopolitica contemporanea, il programma nucleare iraniano aveva finalità dichiaratamente civili. Negli anni Settanta, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi immaginava una rete di centrali in grado di sostenere la crescita economica del Paese. La rivoluzione islamica del 1979 bloccò il progetto, che riprese però negli anni Novanta con tutt’altro obiettivo.

Da Bushehr al JCPOA

Oggi, l’unica centrale nucleare ancora in funzione è quella di Bushehr, affacciata sul Golfo Persico, mentre un secondo reattore è – o meglio, era – in costruzione ed un terzo è rimpasto sulla carta. Ma la vera questione riguarda l’arricchimento dell’uranio. Come sappiamo, l’uranio naturale è costituito per il 99,3% da U 238 e per lo 0,7% da U 235. Per poterlo utilizzare nelle centrali nucleari occorre arricchire la frazione di U 235 fino al 2-4%, mentre le bombe nucleari richiedono un arricchimento di almeno il 90%. Per questo si usano numerose batterie di ultracentrifughe in un processo con un enorme costo energetico.
Per anni, Teheran ha sviluppato un vasto programma di centrifughe, sistematicamente senza dichiararlo all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica e tantomeno ammettere la percentuale di arricchimento che aveva l’obiettivo di raggiungere. Nel 2015, l’accordo internazionale JCPOA sembrò congelare la crisi. L’Iran accettò limiti severi sulle attività nucleari in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni. Ma nel 2018 Donald Trump decise il ritiro unilaterale degli USA dall’intesa. Da allora, l’AIEA non è più riuscita a verificare con continuità la situazione dei reattori e degli impianti di arricchimento; né la quantità effettiva, né l’ubicazione delle scorte nucleari iraniane. L’Iran ha poi ripreso l’arricchimento dell’uranio in modo sempre meno clandestino e nell’ottobre 2025 ha definitivamente stracciato tutte le restrizioni previste dall’accordo del 2015 dichiarando che “l’arricchimento dell’Uranio è un obiettivo inalienabile dell’Iran”.

I danni della guerra e le incognite dell’AIEA

Gli attacchi degli ultimi mesi hanno colpito diversi impianti della filiera nucleare. A Isfahan sono stati danneggiati laboratori chimici e impianti per la conversione dell’uranio; sono stati inoltre colpiti siti destinati alla produzione delle centrifughe avanzate. Bushehr, invece, non è stata coinvolta direttamente. Secondo i dati più recenti della World Nuclear Association, prima dell’ultima guerra, gli Ayatollah disponevano di circa 2.391 chilogrammi di uranio arricchito al 2%, oltre 6.024 chilogrammi al 5%, 184 chilogrammi al 20% e quasi 441 chilogrammi arricchiti al 60%, un livello molto vicino a quello necessario per impieghi militari. Occorre ricordare che, mentre le prime fasi di arricchimento sono enormemente lunghe e costose, quelle finali che portano ad alte percentuali di U 235 sono progressivamente sempre più rapide. I 441 kg al 60% sono quelli che preoccupano di più perché in poche settimane potrebbero essere portati a livello sufficiente per costruire fino a 11 testate nucleari da lanciare coi missili balistici di già dispone Teheran. Fra questi, il Shahab-3 ed il Khorramshahr sono in grado di colpire obiettivi fino a 2000 km di distanza. Ma anche le frazioni a più basso arricchimento destano forti preoccupazioni. L’altro grosso problema è che, oggi, non si sa né dove siano finite le scorte di uranio a vari gradi di arricchimento, né dove e in che stato siano le batterie di ultracentrifughe necessarie ai passaggi successivi.

Diplomazia e sfiducia reciproca

Negli ultimi giorni, Washington e Teheran hanno riaperto un negoziato che dovrebbe prevedere la gestione del materiale fissile accumulato e nuovi meccanismi di controllo. Tuttavia, dopo anni di sanzioni, accordi cancellati e operazioni militari, la fiducia reciproca è praticamente inesistente. È proprio questa la maggiore eredità del conflitto. Da una parte gli Stati Uniti e Israele hanno dimostrato di poter rallentare il programma nucleare iraniano; dall’altra, molti osservatori ritengono che Teheran abbia tratto una conclusione opposta: in un Medio Oriente sempre più instabile, possedere la capacità di costruire rapidamente un’arma nucleare è la migliore assicurazione sulla sopravvivenza del regime. Paradossalmente, dopo mezzo secolo di crisi, guerre e negoziati, il problema fondamentale resta immutato: come impedire all’Iran di avvicinarsi alla bomba senza spingerlo a considerarla indispensabile.

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Chimico industriale, Chimico teorico, Giornalista, Comunicatore scientifico con una grande passione per la storia e per la ricerca in campo energetico. Autore di 900 analisi, saggi, articoli di divulgazione e di circa 100 articoli scientifici, brevetti, conferenze, contributi a congressi, 2 libri.