Esteri
Iran-Usa, la nuova guerra ibrida è tra cyberattacchi e propaganda
Tra guerra aperta e nuovo accordo nucleare, la crisi tra Stati Uniti e Iran sembra destinata a consumarsi in una zona grigia permanente. È il paradosso geopolitico del Medio Oriente contemporaneo: Washington non può permettersi un conflitto totale, Teheran non può accettare una resa strategica, Israele non intende abbassare la guardia su un regime che continua a finanziare milizie e destabilizzazione regionale.
La conseguenza è una lunga guerra ibrida, fatta di cyberattacchi, sanzioni, intelligence, propaganda e pressione economica. Non la pace, ma nemmeno l’Apocalisse annunciata dagli agitatori professionali dell’antioccidentalismo. La notizia, rilanciata e poi smentita, di una nuova bozza d’intesa tra Washington e Teheran fotografa perfettamente il caos controllato di questa fase. Donald Trump resta stretto tra due fuochi: da un lato la necessità strategica americana di evitare un’altra guerra infinita in Medio Oriente; dall’altro la pressione dell’alleato israeliano e dei falchi repubblicani contrari a qualunque concessione agli ayatollah.
Eppure i limiti militari sono evidenti. Un attacco su larga scala contro l’Iran avrebbe costi enormi in termini logistici, energetici e finanziari. Lo Stretto di Hormuz resta il principale choke point petrolifero del pianeta. Una sua destabilizzazione produrrebbe effetti devastanti sui mercati, sull’inflazione globale e sulle economie europee già indebolite dalla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina. Per questo l’ipotesi più credibile non è la guerra totale, ma una pressione permanente. Sanzioni, isolamento economico, operazioni informative, sostegno ai gruppi ostili alla Repubblica islamica e rafforzamento dell’architettura di sicurezza israelo-americana nel Golfo.
Dentro questo schema, la vera novità è il terreno digitale. L’Iran ha compreso prima di molti altri che la propaganda del XXI secolo non si costruisce più soltanto con televisioni di Stato o comunicati ufficiali. Si combatte sulle piattaforme social, nei video generati con Intelligenza Artificiale, nei meme, nella cultura popolare occidentale reinterpretata in chiave antiamericana. Paradossalmente, Teheran ha mostrato una sofisticazione comunicativa superiore a quella occidentale. La struttura narrativa iraniana, diffusa e reticolare, ha occupato gli spazi digitali con rapidità e adattabilità. Washington, invece, ha personalizzato eccessivamente la comunicazione strategica attorno alla figura di Trump, trasformando la politica estera americana in una continua oscillazione emotiva. Questo non significa equiparare democrazie liberali e teocrazie autoritarie. L’Iran resta un regime repressivo, nemico dei diritti civili, ostile a Israele e protagonista di una sistematica destabilizzazione regionale attraverso Hezbollah, Hamas e altre milizie satelliti. Ma proprio perché l’Occidente democratico combatte una sfida di civiltà, dovrebbe evitare gli errori comunicativi che indeboliscono la propria credibilità internazionale.
Anche il tema del terrorismo jihadista merita realismo strategico e non complottismi. L’Isis-Khorasan rappresenta oggi una minaccia concreta per Iran, Russia, Afghanistan e Asia centrale. Pensare che il caos regionale possa essere “utile” a qualcuno è una tentazione geopolitica pericolosa. La storia insegna che i gruppi terroristici sfuggono sempre al controllo dei loro presunti sponsor. La vera sfida non è scegliere tra guerra e resa. È impedire che la guerra ibrida permanente diventi il nuovo ordine globale.
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