Esteri
Accordo Usa-Iran, cosa c’è nella bozza: Hormuz, nucleare e fondo da 300 miliardi
Donald Trump ha riunito tutti nella Situation Room quando in Italia era già pomeriggio. L’obiettivo uno solo: prendere una decisione definitiva. Negli ultimi giorni, il negoziato con l’Iran ha portato a una bozza di memorandum. Il presidente degli Stati Uniti aveva detto di non avere fretta e di volere aspettare alcuni giorni. E ieri, prima di incontrare i suoi consiglieri a Washington, ha di nuovo chiarito quali sono i punti fermi per il suo semaforo verde. Sul social Truth, il tycoon ha annunciato il ritorno delle navi ferme nello Stretto di Hormuz a causa del “nostro straordinario blocco navale”, confermando quindi la fine dell’assedio della Marina Usa ai porti iraniani. Allo stesso tempo però, le richieste di Trump sono state nette e hanno certificato le condizioni poste da subito dalla sua amministrazione per dare seguito alle trattative. Hormuz dovrà essere riaperto “senza pedaggi” ha scritto Trump. “L’Iran completerà la rimozione immediata o la detonazione di eventuali mine rimaste” ha aggiunto il presidente Usa.
Ma quello che è il vero cardine di tutto questo negoziato resta il nucleare. E su questo punto, la Casa Bianca non vuole fare alcuna marcia indietro, anche per non prestare il fianco alle critiche del mondo repubblicano e del suo principale alleato: Israele. “L’Iran deve impegnarsi a non possedere mai un’arma nucleare o una bomba atomica” ha scritto il presidente. E nello stesso post, la “polvere nucleare”, come l’ha definita il tycoon, “verrà riportata alla luce dagli Stati Uniti”, ha spiegato. Una volta spostato dai depositi sotterranei e dagli impianti colpiti dai bombardamenti, il materiale sarà poi preso in carico da Washington e distrutto “in stretto coordinamento e collaborazione con la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica”.
Trump ha anche voluto lanciare un nuovo assist nei riguardi di Pechino, visto che nello stesso post pubblicato sui social, il presidente Usa ha chiarito che l’unica potenza in grado di fare questo tipo di operazione oltre agli Stati Uniti è proprio la Repubblica popolare. E questo inciso delle sue dichiarazioni di ieri conferma, ancora una volta, come la Cina sia effettivamente diventata nel corso delle ultime settimane un protagonista di questo lungo e complesso negoziato. Del resto, anche da fonti iraniane (poi smentite) si era parlato di uno spostamento in mano cinese dell’uranio arricchito. E ieri, intervistato dall’agenzia Isna, lo stesso Jalal Dehghani Firouzabadi, segretario del Consiglio strategico per le relazioni estere dell’Iran, aveva ribadito il possibile ruolo di Pechino come garante dell’accordo con gli Stati Uniti.
Ma l’intesa deve prima ricevere l’ok di Mojtaba Khamenei. E senza l’approvazione della Guida suprema, il patto non potrebbe entrare in vigore. La leadership iraniana, in questo momento, ha una comunicazione particolarmente difficile. Gli esponenti di spicco continuano a lanciare messaggi misti, tra minacce e aperture (pur con il carico di retorica tipico del regime). Ieri, il presidente del parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf ha detto che Teheran non si fida di Washington. “Non otteniamo concessioni con il dialogo, ma con i missili”, ha scritto su X. “Non riponiamo alcuna fiducia nelle garanzie e nelle parole: l’unico criterio è il comportamento. Non verrà fatto alcun passo prima di quello della controparte” ha tuonato lo “speaker” della Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sentito l’omologo omanita, Badr Albusaidi, parlando una gestione condivisa di Hormuz ma anche della necessità che gli Usa evitino “richieste eccessive” per arrivare così a un accordo di pace.
Ma a Teheran ora interessa anche respirare a livello finanziario. Gli iraniani puntano alla revoca delle sanzioni, allo sblocco degli asset congelati all’estero e all’arrivo degli aiuti umanitari. Ma secondo il New York Times, c’è anche altro: la ricostruzione. Secondo le fonti del quotidiano Usa, nell’intesa tra i due Paesi ci sarà anche un fondo di investimento per Teheran di 300 miliardi di dollari. Si tratterebbe, secondo gli iraniani, di un “programma di ricostruzione”. Per altri, invece, sarebbe un “fondo internazionale di investimento” che Washington si impegnerebbe a facilitare. Una boccata d’ossigeno per le casse della Repubblica islamica, che per ripartire deve anche riparare i danni della guerra.
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