Donald Trump non ha fretta di firmare un accordo con l’Iran. Questo, almeno, è quello che continua a ripetere in questi giorni dopo che sembrava esserci stata una netta accelerazione verso la conclusione delle trattative. La base per il memorandum c’è, e per il presidente degli Stati Uniti è praticamente definito, lo ha confermato anche il governo di Teheran attraverso il portavoce degli Esteri, Esmail Baghaei. Ma il funzionario iraniano è stato anche chiaro su un altro punto: “Ciò non significa che la firma di un accordo sia imminente”. Del resto, i nodi da sciogliere rimangono ancora molti. C’è il problema dello sblocco degli asset iraniani congelati all’estero. E proprio per questo motivo, ieri il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi sono sbarcati in Qatar insieme al governatore della Banca centrale di Teheran, Abdolnaser Hemmati. Resta il nodo dello Stretto di Hormuz. Teheran, secondo Baghaei, non vuole “riscuotere pedaggi” sul transito delle navi, ma ha detto che stanno discutendo con l’Oman della formulazione di un protocollo e che “è naturale che i servizi forniti nell’ambito di questo processo, così come gli sforzi volti a proteggere l’ambiente, comportino dei costi”.

Di fatto, quindi, il pedaggio ci sarà. Mentre sul programma nucleare, le distanze tra Iran e Stati Uniti restano. E anche per questo, il Wall Street Journal ieri ha detto che il negoziato ha ricominciato a rallentare dopo giorni di grande velocizzazione. Teheran chiede garanzie sulle sanzioni, sui miliardi in beni da “scongelare”, sulla fine delle ostilità in patria ma anche all’estero (vedi Libano). Washington invece pretende garanzie soprattutto sul programma nucleare, con una definizione specifica degli impegni legati alla diluizione dell’uranio altamente arricchito e alla rimozione delle scorte di quello più vicino al livello della bomba dai depositi della Repubblica islamica.

Il lavoro dei mediatori continua, come confermato anche dal viaggio di una delegazione di alto livello del Pakistan in Cina (destinazione, secondo alcune indiscrezioni dei media arabi, delle scorte iraniane di uranio altamente arricchito). E in tutto questo walzer diplomatico, Trump, che sembra convinto che arriverà un patto pienamente sodisfacente, ha deciso di aggiungere un ulteriore elemento: gli Accordi di Abramo. Secondo il presidente americano, infatti, l’intesa con l’Iran dovrebbe anche collegarsi alla normalizzazione dei rapporti tra Paesi arabi e Israele. Un pilastro del primo mandato del tycoon alla Casa Bianca. Secondo Trump, che ha citato l’incontro virtuale con i leader di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Turchia, Egitto e Giordania,dopo tutto il lavoro svolto dagli Stati Uniti per cercare di ricomporre un puzzle molto complesso, dovrebbe essere obbligatorio che tutti questi Paesi, come minimo, firmino simultaneamente gli Accordi di Abramo”.

Non solo, a detta di The Donald, anche l’Iran dovrebbe entrare a far parte del patto con cui Emirati, Bahrein, Marocco, Sudan e Kazakistan hanno normalizzato le relazioni diplomatiche con lo Stato ebraico. Ma su questo punto, sembra che le aspettative del capo della Casa Bianca siano già destinate a essere infrante. Di certo la Repubblica islamica non firmerà alcun accordo che riconosca Israele e sistemi i rapporti con un Paese considerato come un nemico esistenziale. Ma anche Arabia Saudita e Qatar hanno già fatto capire di non potere accettare questo passaggio, quantomeno non senza un riconoscimento della Palestina da parte di Israele. Per The Donald, al netto di rivoluzioni dell’ultimo minuto, si tratta quindi di un “no” praticamente già incassato. E questo conferma anche i dubbi di molti osservatori legati all’andamento della diplomazia del presidente Usa sul fronte mediorientale. Perplessità che iniziano a essere anche molto forti in seno al Partito repubblicano.

I “falchi” come i senatori Lindsey Graham e Ted Cruz si sono già espressi in modo molto duro nei riguardi del memorandum d’intesa di cui si discute in queste ore. Roger Wicker, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, ha scritto su X che “il presunto cessate il fuoco di 60 giorni, con la convinzione che l’Iran negozierà in buona fede, sarebbe un disastro”. Trump ha accusato i critici di essere dei “perdenti”. Mentre il segretario di Stato Marco Rubio, convinto che il patto poteva essere siglato già ieri, è stato chiaro: Trump “non concluderà un cattivo accordo”.