È ancora una volta Islamabad a guidare i tentativi di mediazione tra Usa e Iran, sebbene questi siano ancora molto distanti sulle questioni chiave: il diritto all’arricchimento dell’uranio e lo status dello Stretto di Hormuz. Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir, si è recato ieri a Teheran per discutere delle posizioni negoziali delle due parti. Ma quella pakistana non è l’unica delegazione presente nella Repubblica islamica. Un gruppo di delegati, infatti, è stato inviato ieri dal Qatar per provare a risolvere i nodi rimasti in sospeso.

Nonostante la presenza dei mediatori internazionali, sul raggiungimento di un accordo filtra ancora un po’ di scetticismo. Ieri, al termine della ministeriale Nato in Svezia, il Segretario di Stato americano, Marco Rubio ha dichiarato: “Speriamo di raggiungere un’intesa…ma è fondamentale elaborare un piano B”, nel caso in cui l’Iran si rifiutasse di riaprire lo Stretto o imponesse un pedaggio alle navi. All’inizio di questa settimana, gli Stati Uniti avevano inviato all’Iran la loro ultima proposta per porre fine alla guerra, che dura da quasi quattro mesi. Poi mercoledì, il presidente Donald Trump ha detto che avrebbe aspettato “un paio di giorni” per la risposta di Teheran, ma difficilmente il regime islamico allenterà la sua intransigenza su quelle che considera le sue linee rosse: il programma nucleare e missilistico, e il controllo di Hormuz e. Per Teheran, quella energetica è una guerra parallela. L’Iran vuole provarla a vincere, essendo stata duramente sconfitta sul piano militare. Il controllo dello Stretto di Hormuz è una leva di deterrenza preziosa ed efficace, a cui lo Stato non può rinunciare. A essere preoccupato dall’intransigenza iraniana è soprattutto Israele. Funzionari dello Stato ebraico hanno riferito a Reuters che Trump ha garantito a Gerusalemme che le scorte iraniane di uranio altamente arricchito, necessarie alla costruzione di un’arma atomica, sarebbero state trasferite fuori dall’Iran e che qualsiasi accordo di pace dovrà garantire ciò con una precisa clausola in tal senso.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che non considererà la guerra conclusa finché l’uranio arricchito non sarà rimosso dall’Iran, finché Teheran non cesserà di sostenere le milizie per procura e finché non sarà neutralizzata la capacità missilistica balistica del regime iraniano. Sul contenuto dei negoziati, il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha smentito le notizie riguardanti i negoziati, affermando che “non vi alcun negoziato in corso sul nucleare”. Baghaei ha precisato che i colloqui sono incentrati esclusivamente sulla “fine della guerra su tutti i fronti, compreso il Libano”, sul risarcimento per i danni del conflitto, sulle sanzioni e sul nuovo assetto di Hormuz. A tal riguardo, l’autoproclamata Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico ha dichiarato di supervisionare un’area marittima che si estende oltre lo Stretto di Hormuz fino ai porti degli Emirati Arabi Uniti e dell’Oman, una mossa che potrebbe ulteriormente irritare gli Stati arabi del Golfo. Mercoledì sera, l’Autorità ha pubblicato una mappa che illustra dettagliatamente quella che ha definito la sua “Zona Marittima Controllata”. Definisce le “aree sotto la supervisione delle forze armate iraniane” come estese oltre lo Stretto di Hormuz, comprendendo l’exclave omanita nella penisola di Musandam e parti degli Emirati Arabi Uniti. A ovest, l’area si estende oltre il porto di Ras al-Khaimah, negli Emirati Arabi Uniti, fino alla città costiera di Umm al-Quwain. A est, si estende oltre il porto emiratino di Fujairah.

Intanto le rivelazioni pubblicate dal New York Times, circa il presunto obiettivo iniziale Usa della guerra di insediare l’ex presidente ultraconservatore Mahmoud Ahmadinejad come leader dell’Iran, suscitano molte incredulità. Secondo il quotidiano, un attacco israeliano volto a liberare Mahmoud Ahmadinejad dagli arresti domiciliari a Teheran avrebbe fatto parte di un piano per provocare un cambio di regime e portarlo al potere, ma la sua storia sfida ogni credibilità.