La situazione nel Golfo Persico
Hormuz obiettivo della missione Aspides e (unica) leva negoziale dei Pasdaran che hanno ancora la Santabarbara intatta
Donald Trump, con toni trionfalistici, ripete spesso che l’operazione “Epic Fury” è stata una “vittoria militare completa”, citando in particolare la distruzione di buona parte della flotta dei Guardiani della Rivoluzione. Il problema, però, è che non era la Marina dei Pasdaran o delle forze armate regolari la vera minaccia degli alleati Usa nel Golfo o di Israele. Teheran ha colpito per settimane i Paesi nemici con lanci di droni e soprattutto di missili. E questi non sono affatto finiti.
Il quadro fornito dal New York Times getta un’ombra più che densa sui risultati ottenuti dall’amministrazione Trump. In base alle valutazioni riservate dell’intelligence americana ottenute dal quotidiano, Teheran avrebbe infatti mantenuto l’accesso a 30 dei 33 siti missilistici posizionati lungo le coste dello Stretto di Hormuz. A detta dei servizi Usa, che si basano anche sulle immagini satellitari, circa il 70% dei lanciatori mobili sarebbe intatto. E la stessa percentuale riguarda le scorte di missili. Ancora più problematico, per Israele e gli Stati Uniti, è il fatto che quasi la totalità delle strutture sotterranee sia di fatto operativa. E questo scenario getta ancora più allarme se messo in relazioni alla quantità di munizioni consumate dall’esercito statunitense.
Molti rappresentanti al Congresso, soprattutto democratici, hanno più volte segnalato il rischio di avere arsenali sempre più vuoti. Pericolo che il Pentagono e la Casa Bianca hanno smentito ma senza fornire numeri in grado di spegnere le polemiche. E l’industria bellica è in affanno così come l’intera economia Usa, che inizia a soffrire gli effetti negativi di un conflitto geograficamente lontano ma che tocca anche il portafogli del cittadino medio. L’inflazione sale, il prezzo dei carburanti preoccupa anche in vista delle elezioni di Midterm. Ma per dare una svolta a questa situazione di crisi, soprattutto sul fronte energetico, serve innanzitutto la riapertura di Hormuz. Il Comando centrale americano, ieri, ha annunciato che un caccia F-35A stava pattugliando le acque dello stretto, quasi a confermare un possibile aumento della tensione nell’area.
L’Iran non ha intenzione di arretrare. Anzi, ieri il portavoce dell’esercito, Mohammad Akraminia, ha ribadito che il controllo di quel fondamentale corridoio per gas e petrolio può generare “entrate economiche significative per il nostro Paese, fino addirittura a raddoppiare i proventi petroliferi, e rafforzerà la nostra influenza sulla scena internazionale”. La Repubblica islamica sa che quel controllo è la vera (forse unica) leva negoziale sia nei confronti degli Usa che delle monarchie del Golfo e degli Stati europei. E proprio per questo, anche nel Vecchio Continente qualcosa sta iniziando a muoversi. Tra le esigenze energetiche e le pressioni esercitate da Trump (sempre più spazientito dallo stallo nei negoziati), l’Unione europea ha già affermato di potere pensare a un’operazione Aspides ampliata verso Hormuz. “Il mio messaggio agli Stati Uniti è che gli europei hanno recepito il messaggio e stanno seguendo la situazione”, ha dichiarato il segretario generale della Nato, Mark Rutte.
Anche l’Italia è pronta a fare la sua parte. Ma come ha spiegato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, nessun cacciamine andrà a Hormuz senza l’approvazione del Parlamento e solo “se ci sarà una richiesta, se ci sarà prima la tregua, poi la pace, l’accordo di tutte le parti in campo e una cornice giuridica internazionale”. Ma proprio sulla pace, il titolare della Difesa ha espresso i suoi dubbi, ritenendola “meno facile di quanto pensavo una settimana fa”.
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