L’errore più grande che si possa commettere oggi – e tanti lo stanno facendo – è quello di considerare il tema della legge elettorale non prioritario o, peggio ancora, come un mero tentativo dell’attuale maggioranza di blindare una prossima vittoria elettorale, etichettando così l’iniziativa legislativa come nell’esclusivo interesse di una sola parte politica. Non che questo possa meravigliarci: siamo il Paese della contrapposizione frontale tout court, del dito puntato contro l’avversario, in cui da tempo si è perso quel raziocinio che dovrebbe farci plaudire alle iniziative giuste a prescindere da chi ne vanti la paternità. Ci rendiamo conto, però, che il solo pensare che ciò possa avvenire è puro romanticismo politico, figlio di un modus operandi ormai passato. Ma, del resto, la speranza è l’ultima a morire.

Riassumiamo i fatti: il governo ha espresso la volontà di varare una nuova legge elettorale con sistema proporzionale, battezzata “Stabilicum” nel solco della tradizione “sartoreggiante”. Allo stesso tempo, è nota la volontà della Presidente del Consiglio di ripristinare il voto di preferenza e, quindi, di restituire ai cittadini un diritto attualmente negato. Una scelta di coraggio e di coerenza, essendo il ritorno alle preferenze uno storico cavallo di battaglia di Fratelli d’Italia.

Qualcuno nella maggioranza sembra non essere d’accordo, così si dice (vox populi, vox Dei), ma siamo convinti che alla fine nel centrodestra la “quadra” si troverà, perché sul tema la sensibilità popolare è nota. Sul piano giuridico c’è un tema più concreto: la sussistenza di un principio sancito dalla Corte Costituzionale con la storica sentenza n. 1 del 2014, che dichiarò l’incostituzionalità delle liste bloccate. La stessa Corte disegnò allora una legge elettorale, il “Consultatellum”, ovvero un proporzionale puro con preferenza, ribadendo inoltre come nell’esercizio – spesso creativo – di formulare sistemi elettorali non possa essere sacrificato il principio di democraticità.

Negare agli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti è la prima violazione di ogni elemento democratico e, come abbiamo visto, finisce per generare disaffezione e disinteresse. Viene meno l’elemento della rappresentanza, con la conseguente delegittimazione del Parlamento e dei suoi membri agli occhi dei cittadini. Questo governo ha l’occasione storica di porre fine a quella che possiamo definire una lesione morale nella vita democratica della Nazione e primo elemento della “crisi del parlamentarismo”, di cui tanto si discute da decenni senza però agire (ma anche questa non è una novità).

Se il governo avrà il coraggio di fare questo passo, facendo tutto il possibile per coinvolgere le altre forze politiche, a partire dall’opposizione, potrà contare su un sostegno che va al di là dell’orizzonte dell’attuale centrodestra. Ma soprattutto potrà oggettivamente porre le forze politiche dinanzi a un bivio storico al quale difficilmente potranno sottrarsi. Qui è in gioco un diritto fondamentale, e le attestazioni che stiamo ricevendo in queste ore per questa nostra battaglia ci fanno capire quanto il tema sia sentito dagli italiani, privati da troppo tempo di una vera rappresentanza parlamentare.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.