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Legge elettorale: c’è tempo e spazio per un accordo. La grande responsabilità del governo
Mentre il governo Meloni taglia il traguardo di vice-campione di longevità e stabilità, si vedono in chiaro le due squadre che hanno cominciato a giocare la partita. Prima, molto prima del fischio d’inizio. Le coalizioni vere in campo sono due. La prima gioca per non vincere e non perdere. Vuole pareggiare, soltanto pareggiare; assolutamente pareggiare. La vittoria per questo schieramento non è l’1 o il 2, ma centrare la X. Non ci sono precedenti di compagini che lottano soltanto per pareggiare: ce l’abbiamo solo noi, in Italia. Vincere o perdere per costoro pari sono: sarebbe comunque una sconfitta. È una squadra che vuole seppellire il bipolarismo che, in fin dei conti, è il patrimonio di lungo periodo che il centrodestra ha assicurato agli italiani, segnando l’ultimo trentennio di vita repubblicana: dalla discesa in campo di Berlusconi al governo di Giorgia Meloni, prima donna premier della storia nazionale. Anche il centrosinistra ha dato il suo contributo decisivo alla costruzione del bipolarismo, con le alleanze vittoriose guidate da Romano Prodi, ma anche diffondendo nel mondo progressista l’idea “pop” che nessun schieramento vince per sempre, ma che si governa a turno, secondo il pendolo del consenso.
Prosciugata negli anni la spinta riformista della Bicamerale D’Alema, la sinistra cofondatrice della democrazia dell’alternanza ha accettato di andare al governo senza vincere le elezioni, così suicidando la propria anima bipolare. Un errore ricalcato anche dai “minori” del centrodestra. Ma c’è stato il tempo della convergenza tra “rive droite” e “rive gauche” nel cambiamento della costituzione materiale del Paese: i nomi dei leader sulla scheda, il corpo elettorale “o di qua, o di là”, la nuova democrazia della “diretta” col confronto televisivo tra gli aspiranti premier. Ma ora il fronte trasversale dei “Mister X” è in piena attività. Il suo obiettivo è consegnare la guida dell’Italia a un patto di sindacato che metta insieme poteri economici, burocratici, finanziari, mediatici, i quali non vogliono né Meloni, né Schlein, né Conte a Palazzo Chigi. Rifiutano il premier politico. Infestano i corridoi e i salotti romani del “governo di tutti e di nessuno”, diretto da un tecnico, nella scia di Dini, Monti, Draghi. Sono questi ambienti che stanno operando – anche all’interno dei due accampamenti che hanno le loro fragilità, ma che tale disegno vuole demoliti o acefali – per impedire una riforma elettorale in grado di far vincere o l’uno o l’altro campo; che è giusto restino distinti e distanti, ad eccezione di una finalità bipartisan: vinca il migliore, con una leadership politica riconosciuta, di centrodestra o progressista non importa; e per una legislatura intera, per cinque anni.
Il lascito meloniano della stabilità va raccolto e continuato. I leader che guidano le maggiori forze politiche hanno il dovere di questa responsabilità: facciano insieme la legge elettorale, c’è il tempo e lo spazio per un accordo; ci mettano dentro un innovativo “statuto dell’opposizione”. Non si lascino fregare: facciano squadra contro la brigata dei “Mister X”. Poi si separino al voto: una coalizione governerà, l’altra si preparerà a sostituirla. È la democrazia. Ecco.
Ps: collega Padellaro, abbiamo letto benissimo le viscere dell’“affaire italo-uruguaiano” e abbiamo compreso. Fate la vostra parte.
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