All’allora presidente americano George W. Bush venne chiesto una volta quale fosse il problema della scuola pubblica americana, notoriamente scadente rispetto alle eccellenti università. “Il fanatismo molle delle basse aspettative,” rispose. Formula originale per descrivere questa attitudine diffusa dove tutti si meritano il 6 politico, devono essere promossi anche se la preparazione è scarsa e la mediocrità è dilagante. Il fanatismo molle delle basse aspettative. Geniale. Sembrerà curioso volersi appellare a Bush figlio, tanto osteggiato dall’Europa ai tempi della seconda Guerra del Golfo. Eppure, come per una forma di contrappasso, penso a questa frase ogni volta che osservo l’Europa reagire, o meglio non reagire, alle scosse che stanno demolendo l’ordine mondiale. E ci ho pensato la scorsa settimana in occasione della visita lampo di Giorgia Meloni nella Penisola araba e prima ancora in Algeria.

All’Europa non è mai mancata capacità analitica: siamo perfettamente consapevoli di cosa non vada. Sappiamo che l’ombrello militare americano ormai fa acqua da tutte le parti. Sappiamo che abbiamo fatto tantissimo per difendere l’Ucraina ma anche bluffato su un’adesione all’Unione senza “averne le carte” (per riciclare l’espressione rinfacciata da Trump a Zelensky). Sappiamo che in Medio Oriente siamo quelli che hanno foraggiato più di chiunque altro l’Autorità palestinese nel nome del buon governo, ottenendo l’esatto opposto. Sappiamo che quella voce tonante che aveva portato a casa il negoziato sul nucleare iraniano un decennio fa si è affievolita fino al silenzio. Sappiamo tutto questo, eppure ci comportiamo come se conoscere il problema equivalesse a risolverlo. L’analisi è paralisi, recita un altro detto americano. Finora, in questa nuova Guerra del Golfo, i vertici europei si sono limitati a dichiararsi preoccupati, a redigere comunicati che richiamano valori, ordine, regole. Perle di un rosario dell’ortodossia europea ormai completamente sfilacciato.

Meloni in tour nel Golfo, la via tra ortodossia e mediocrità europee

In questo contesto, si può scegliere di guardare alla missione della presidente del Consiglio nella Penisola araba come arma di distrazione di massa, un diversivo alle vicende di politica interna. Si può sostenere che l’Europa non sia mai stata nel suo orizzonte ideale e ideologico e la missione ne è la riprova. Oppure si può per una volta guardare al metodo delle cose. C’è un problema serio e urgente di approvvigionamento energetico e l’Europa non se ne sta occupando. Se lo facesse, il nostro governo si allineerebbe. Come ha sempre fatto, quando l’Unione fa la forza e incide sulle economie di scala: dai vaccini al Piano Mattei. Privilegia invece rapporti bilaterali o, come questa settimana nel Golfo, iniziative unilaterali, quando il contesto lo rende necessario o favorevole.

Questa scelta dice molto più dell’Europa e della sua irrilevanza, che delle inclinazioni europeiste o meno della presidente del Consiglio. Il governo ha agito col pragmatismo che da sempre è nelle corde della politica estera italiana, o “realismo valoriale” come lo chiama il presidente finlandese Alexander Stubb nel suo saggio Il Triangolo del potere, appena uscito in traduzione italiana. Le scelte dell’Italia non sono dettate da opportunismo, ma dall’insofferenza a questa cronica paralisi europea. A questo fanatismo molle che continua a vaticinare che qualcuno, qualcosa, i mercati, il “bazooka”, l’eterogenesi dei fini, interverrà e risolverà il problema. Senza troppe dietrologie, la missione di Meloni è semplicemente la constatazione che il problema non lo sta risolvendo l’Europa e che non si risolverà da solo.